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Cura del pelo e salute del Bengala

Gatto del Bengala maculato ritto sulle zampe posteriori

Foto: User:Lightburst · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons

Un mantello corto che chiede pochissimo

Il pelo del Bengala è corto, aderente e privo di un sottopelo abbondante: una spazzolata alla settimana basta, con un guanto o una spazzola morbida per gatti che tolga il pelo morto e distribuisca il sebo. Non ci sono nodi da sciogliere, non serve tosatura, il bagno non è previsto se non per motivi medici. Nei cambi di stagione la perdita aumenta ma resta contenuta rispetto alle razze semilunghe, come si vede confrontando i motivi per cui il gatto perde il pelo.

La routine di cura vale più come controllo che come toelettatura. Passare le mani sul gatto una volta alla settimana permette di accorgersi di noduli, croste, zone dolenti, orecchie sporche o unghie troppo lunghe prima che diventino un problema. Un Bengala abituato da cucciolo a farsi maneggiare orecchie, bocca e zampe rende molto più semplici le visite veterinarie successive, e la differenza fra un gatto abituato e uno no si misura in minuti di stress evitato a ogni controllo.

PRA-b: la cecità ereditaria che si previene con un test

La PRA-b è un’atrofia progressiva della retina descritta specificamente nel Bengala. Il laboratorio di genetica veterinaria della UC Davis, insieme all’Università del Missouri, ha identificato la variante responsabile, che appare nuova per la razza e comparsa presto in una linea di sangue diffusa. La trasmissione è autosomica recessiva: servono due copie della variante perché il gatto perda la vista. La perdita delle cellule retiniche comincia intorno alle sette settimane di vita e progredisce lentamente, senza dolore e senza segni evidenti all’inizio.

In un soggetto affetto la vista risulta molto compromessa verso i due anni, anche se la progressione varia e alcuni gatti conservano una funzione visiva residua più a lungo. Il test genetico si fa con un tampone buccale e restituisce tre esiti: N/N normale, N/PRA portatore con vista normale, PRA/PRA affetto. Un portatore non si ammala, quindi il problema non è escluderlo dalla vita di casa ma non accoppiarlo con un altro portatore, ed è per questo che il test riguarda soprattutto gli allevatori.

Deficienza di piruvato chinasi: un’anemia intermittente

La deficienza eritrocitaria di piruvato chinasi è un difetto enzimatico dei globuli rossi, anch’esso autosomico recessivo. La UC Davis la segnala in diverse razze, fra cui il Bengala, ma anche l’abissino, il maine coon, il norvegese delle foreste, l’egyptian mau, il siberiano e il gatto comune. I globuli rossi difettosi hanno vita più breve del normale e questo produce un’anemia che tende ad andare e venire nel tempo, invece di peggiorare in modo lineare e riconoscibile.

I segni descritti sono aspecifici e per questo facili da attribuire ad altro: letargia marcata, debolezza, perdita di peso, ittero e aumento di volume dell’addome. L’età di comparsa è variabile e anche l’intensità dei sintomi cambia da soggetto a soggetto, quindi non esiste un’età oltre la quale si può considerare il gatto al sicuro. Anche qui il test genetico su tampone è disponibile e serve soprattutto a impedire l’accoppiamento fra due portatori, mentre nel gatto già affetto la gestione è clinica.

Cardiomiopatia ipertrofica e controlli nel tempo

La cardiomiopatia ipertrofica è la più comune malattia cardiaca del gatto e il Cornell Feline Health Center include il Bengala fra le razze in cui si osserva con maggiore frequenza. La parete del ventricolo sinistro si ispessisce, la camera si riduce e il cuore pompa peggio. Molti gatti non mostrano alcun sintomo per anni; altri arrivano con respiro rapido o a bocca aperta, apatia, e in alcuni casi con la paralisi degli arti posteriori dovuta a un trombo.

L’esame di riferimento è l’ecocardiografia, che va però letta escludendo prima ipertensione e ipertiroidismo, perché producono un quadro simile. Per il Bengala non esiste oggi un test genetico validato come quelli disponibili per altre razze, quindi lo screening è ecografico e va ripetuto negli anni. Non esiste una cura risolutiva: la terapia controlla frequenza cardiaca, congestione e rischio trombotico, e incide su quanto vive un gatto molto più della razza in sé. Un gatto cardiopatico va aiutato con punti di riposo bassi, per esempio una cuccia a ciambella a terra.

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