Siberiano: la vita in appartamento

Foto: Jan Warner · CC BY-SA 3.0 · via Wikimedia Commons
Serve altezza, più che metri quadri
Il siberiano vive benissimo in appartamento a una condizione: che l’appartamento sia sviluppato anche in verticale. Un gatto pesante e atletico ha bisogno di punti alti dove osservare, di percorsi che permettano di salire in più passaggi brevi e di superfici che reggano il suo peso senza oscillare. Una struttura instabile viene provata una volta e poi abbandonata per sempre. Il salto lungo si sostituisce con due salti corti, e questo vale ancora di più con un animale di sette chili.
Le mensole a parete sono la soluzione che occupa meno pavimento: un percorso di mensole da parete per gatti fissato con tasselli adatti al muro dà metri utili senza togliere spazio alla casa. Attorno a questo si costruisce il resto, cioè nascondigli a terra, punti di riposo in stanze diverse e occasioni di attività distribuite nella giornata: il quadro completo, con la logica delle cinque risorse, è in arricchimento ambientale per gatti.
Lettiera, pelo e pulizia quotidiana
La vaschetta va scelta lunga almeno una volta e mezza il gatto senza la coda, e con un siberiano adulto significa quasi sempre una cassetta grande invece di una lettiera da negozio. La regola resta una vaschetta a testa più una, in stanze diverse, pulita due volte al giorno: la maggior parte dei problemi di eliminazione fuori posto nasce qui. Il confronto fra i materiali e le tipologie è nella guida alle migliori lettiere per gatti.
Il secondo tema è il granulato che esce dalla cassetta, perché zampe grandi e ciuffate ne portano fuori parecchio a ogni uscita: un tappetino per lettiera in silicone lo trattiene e si risciacqua in dieci secondi. Il terzo è il pelo, che in questa razza è ovunque e in muta è ovunque al quadrato. Superfici lavabili, tessuti sfoderabili e un passaggio quotidiano nelle stanze dove il gatto dorme fanno più differenza di qualunque aspirapolvere costoso.
Il mito del gatto anallergico
Il siberiano è la razza attorno a cui gira la leggenda del gatto che non fa allergia, ed è una leggenda che va smontata con precisione. L’allergene principale è la proteina Fel d 1: più dell’ottanta per cento delle persone allergiche al gatto ha anticorpi IgE diretti contro di essa, e viene prodotta soprattutto dalle ghiandole sebacee della pelle, oltre che dalla saliva e dalle ghiandole anali. Nessuna razza di gatto è priva di Fel d 1, e la quantità di pelo non cambia la sostanza del problema.
Quello che è vero è che la produzione varia parecchio da individuo a individuo: i maschi interi ne producono più delle femmine, i castrati meno degli interi, e uno studio che ha sequenziato i geni della proteina in alcuni siberiani ha misurato concentrazioni salivari che fra un soggetto e l’altro differivano di oltre quattro volte, concludendo però che servono ricerche più ampie prima di parlare di linee a basso allergene. È variabilità individuale, non una proprietà della razza, e non si eredita in modo prevedibile.
La posizione delle società di allergologia è netta: la Asthma and Allergy Foundation of America scrive che un cane o un gatto davvero non allergenico non esiste, e che le persone possono tollerare meglio alcuni soggetti senza che questo li renda sicuri. Il gatto stesso può essere allergico ad altro, ed è un tema diverso che si trova in le allergie del gatto: qui il punto è che l’allergia riguarda la persona e va gestita con un allergologo, non con la scelta del pedigree.
Vivere in casa con una persona allergica
La prima cosa da sapere è che non esiste alcuna certificazione di ipoallergenicità. Nessuna federazione felina, nessun ente sanitario e nessun laboratorio rilascia un attestato che renda un gatto sicuro per una persona allergica: chi mostra un «certificato anallergico» sta vendendo un pezzo di carta senza valore. Esistono servizi che misurano il Fel d 1 nella saliva di un singolo soggetto, ma quel numero descrive un gatto in un momento, non predice quanto starà male una determinata persona.
Quello che funziona davvero è meno romantico. Una diagnosi allergologica prima di prendere l’animale, ripetute esposizioni prolungate a quel gatto specifico e non a una foto, camera da letto interdetta, superfici dure invece della moquette, filtrazione dell’aria, mani lavate dopo le coccole. La stessa fondazione americana ricorda che gli allergeni del gatto restano in casa a livelli capaci di dare sintomi anche fino a sei mesi dopo che l’animale se n’è andato: è la misura di quanto sia sbagliato affidarsi al nome della razza.