Educazione e intelligenza del Khao Manee

Foto: Octavio.hgc · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons
Impara in fretta, e contratta
Le fonti di razza descrivono il Khao Manee come molto intelligente, e nella pratica significa un gatto che prova strade diverse per ottenere quello che vuole invece di rinunciare. Non esegue per compiacere: se la sequenza non porta a niente di utile, smette. I metodi che funzionano sono quelli basati sul rinforzo, cioè far seguire immediatamente al comportamento qualcosa che il gatto desidera. Il rinforzo deve arrivare entro un secondo, altrimenti l’associazione si costruisce su un altro comportamento.
Le sessioni utili durano due o tre minuti e finiscono prima che il gatto si stanchi: tre micro-sessioni al giorno valgono più di un quarto d’ora una volta a settimana. Il premio può essere un bocconcino scalato dalla razione giornaliera oppure dieci secondi con una bacchetta con piume, che in questa razza funziona spesso meglio del cibo. Le capacità cognitive su cui tutto questo si appoggia sono le stesse di qualunque gatto e sono descritte in quanto è intelligente un gatto.
Educare un gatto sordo: il segnale diventa visivo
Con un soggetto sordo il metodo non cambia, cambia il canale. Al posto della voce si usa un segnale visivo sempre identico, per esempio la luce di una stanza accesa e spenta due volte, un gesto della mano fatto sempre allo stesso modo, oppure la vibrazione prodotta battendo il piede sul pavimento. Funziona, e richiede solo più ripetizioni all’inizio. Il segnale deve restare sempre uguale e deve essere seguito da qualcosa che il gatto vuole davvero, senza eccezioni.
Il richiamo è la competenza più utile, perché serve nelle emergenze e per far rientrare il gatto da una stanza. Va costruito quando non serve, ripetendolo due o tre volte al giorno in condizioni facili, e non nel momento in cui c’è la porta aperta. Un dettaglio che fa la differenza: il segnale non deve essere usato mai per chiamare il gatto verso qualcosa di sgradevole, altrimenti in poche settimane smette di funzionare proprio quando serve.
Le due cose che vale la pena insegnare comunque
La prima è farsi maneggiare. Unghie, orecchie, denti e controllo della pelle sono routine per tutta la vita, e un adulto che si oppone non si tiene fermo con la forza. Si comincia da gattino con tocchi brevi su zampe, orecchie e bocca, seguiti subito da qualcosa di piacevole, allungando i tempi di pochi secondi alla volta. Con un gatto sordo la regola in più è farsi vedere prima di toccare, sempre, anche quando dorme e anche quando si ha fretta.
La seconda è entrare da solo nel trasportino. Un trasportino rigido con apertura superiore lasciato aperto in casa tutto l’anno, con dentro una coperta e ogni tanto un premio, smette in fretta di essere un oggetto minaccioso, e l’apertura dall’alto permette al veterinario di lavorare senza estrarre il gatto a forza. Il percorso passo per passo è in il gatto e il trasportino, e vale la pena farlo prima della prima visita e non dopo.
Cosa non funziona, e qui meno che altrove
Spruzzare acqua, alzare la voce o afferrare il gatto per la collottola non insegnano niente e producono un effetto preciso: il gatto impara a evitare te, non il comportamento. Con un soggetto sordo l’alzare la voce non arriva nemmeno, e quello che il gatto percepisce è soltanto un corpo che si avvicina in modo brusco. Le linee guida AAFP e ISFM mettono fra i pilastri di un ambiente sano un’interazione umana positiva, coerente e prevedibile, cioè l’esatto contrario.
L’alternativa è gestire l’ambiente e rendere conveniente l’alternativa: se sale sul piano di lavoro, il piano va sgomberato e va offerto un punto alto più comodo accanto; se rovescia gli oggetti dalle mensole, le mensole vanno liberate delle cose fragili. Si sposta il comportamento invece di provare a spegnerlo, e le ragioni per cui il gatto rovescia gli oggetti dal tavolo spiegano perché la punizione su questo comportamento in particolare non ottiene mai niente.