Maobau

Origine e storia del Khao Manee

Khao Manee bianco con gli occhi chiari su un albero

Foto: Octavio.hgc · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons

Khao Plort, il gatto tutto bianco dei manoscritti thailandesi

Il Khao Manee è una razza naturale thailandese, cioè una popolazione che si è formata da sola in una regione precisa e che nessuno ha costruito incrociando altre razze. Compare nel Tamra Maew, la raccolta di poesie e miniature che descrive i gatti del Siam e che le fonti di razza fanno risalire al periodo di Ayutthaya. Lì il gatto interamente bianco non si chiama ancora Khao Manee: il nome antico è Khao Plort, che significa semplicemente «tutto bianco».

Nei manoscritti conservati nei templi il gatto bianco è associato alla buona sorte, alla lunga vita e alla prosperità della famiglia che lo ospita, e nelle raccolte del periodo Rattanakosin le raffigurazioni si moltiplicano. Come per tutte le razze antiche, la parte documentata e quella leggendaria si mescolano, e conviene tenerle distinte: che il gatto bianco esistesse in Thailandia da secoli è certo, che portasse fortuna a chi lo teneva appartiene al racconto e non alla storia della razza.

Da Khao Plort a Khao Manee: la gemma bianca

Il nome attuale si afferma nel corso dell’Ottocento e viene ricondotto al regno di Chulalongkorn, Rama V, fra il 1868 e il 1910. Khao Manee si traduce all’incirca con «gemma bianca», e la parola si riferisce tanto al mantello quanto agli occhi, che nella tradizione locale vengono descritti come pietre preziose. Nella stessa epoca il gatto era tenuto negli ambienti di corte, il che ha contribuito alla sua fama ma anche alla sua scarsa diffusione fuori dal paese.

Per gran parte del Novecento il Khao Manee è rimasto un gatto thailandese e basta, sconosciuto agli allevatori occidentali che invece avevano importato da tempo il tipo siamese. La razza è uscita tardi dalla Thailandia, e questo spiega perché ancora oggi sia rara in Europa e perché i soggetti con pedigree costino cifre importanti. Il gatto in sé, però, è rimasto quello dei manoscritti: pelo corto e aderente, nessun sottopelo, e una manutenzione che si esaurisce in una passata settimanale con un set pettine e spazzola per gatti.

1999: i primi soggetti fuori dalla Thailandia

Il passaggio in occidente ha una data e un nome. Nel 1999 Colleen Freymuth importa negli Stati Uniti un primo gruppo di Khao Manee, e da quei soggetti parte il lavoro di registrazione che porterà ai riconoscimenti successivi. È una base di partenza ristretta, come accade quasi sempre alle razze importate in blocco, e per questo gli allevamenti seri hanno continuato a lavorare con soggetti di origine thailandese invece di chiudersi sulle prime linee americane.

La conseguenza pratica riguarda chi compra oggi. In una razza numericamente piccola la consanguineità è il rischio principale, più della singola malattia ereditaria, e va messa fra le domande da fare all’allevatore insieme a quelle sanitarie. Un allevatore competente sa dirti da dove vengono i suoi riproduttori e con quali linee lavora; chi liquida l’argomento con una frase sulla purezza della razza sta dicendo che non ha una risposta. Vale lo stesso per le medie di longevità che si leggono negli annunci: sono stime, e i numeri affidabili vengono dalle casistiche veterinarie raccolte in quanto vive un gatto.

I riconoscimenti, uno alla volta

Il percorso nelle federazioni è stato graduale. TICA accetta il Khao Manee in sola registrazione nel maggio 2009, lo porta a nuova razza preliminare nel settembre 2011 e lo ammette al campionato dal 2015. Il GCCF britannico lo registra dal settembre 2010. La CFA lo accetta per la registrazione nel 2018 e lo espone in classe provvisoria. La WCF ha pubblicato uno standard nel 2019. La FIFe, invece, non riconosce la razza, e per l’Italia questo non è un dettaglio.

Significa che un Khao Manee non gareggia nelle esposizioni FIFe e che il suo pedigree arriverà da un’altra associazione. Non è un problema di qualità del gatto, ma va saputo prima, perché cambia i registri in cui cercare un allevamento. Il riconoscimento, del resto, certifica che la razza si riproduce in modo prevedibile e ha uno standard scritto, non che i singoli soggetti siano sani. Chi lo sceglie oggi lo prende per vivere in casa, e una struttura come un albero per gatti da 143 centimetri conta più della leggenda, come vale per il gatto in appartamento in generale.

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