Maobau

Origine e storia del Korat

Korat grigio-azzurro disteso su una coperta gialla

Foto: Goele · CC BY-SA 3.0 · via Wikimedia Commons

Un gatto descritto in un libro di poesie

Il korat non è una razza costruita a tavolino in Europa o in America: esisteva in Thailandia molto prima che qualcuno pensasse a registrare i gatti. Il documento più antico che lo descrive è il Tamra Maew, il libro di poesie sui gatti conservato alla Biblioteca Nazionale di Bangkok, prodotto durante il periodo di Ayutthaya, fra il 1350 e il 1767. La CFA racconta che il korat vi compare fra i diciassette gatti considerati di buon auspicio, con una descrizione che è già uno standard: pelo liscio, radici come nuvole e punte come argento.

Quella riga di poesia è sopravvissuta intatta nello standard moderno. Il mantello del korat viene ancora giudicato sul contrasto fra la radice chiara e la punta argentata, che è poi la ragione dell’alone luminoso che si vede quando il gatto attraversa una stanza illuminata di lato. La razza, insomma, è più antica del concetto di razza, e questo spiega perché non abbia varietà di colore: non è una scelta di marketing, è il gatto che i thailandesi selezionavano quando la selezione la facevano i templi e i villaggi, non le esposizioni.

Si-Sawat: il nome vero e il suo significato

In Thailandia il korat si chiama si-sawat. Il nome occidentale viene invece dalla provincia di Korat, sull’altopiano nord-orientale del paese, cioè dalla zona da cui provenivano i soggetti che gli stranieri incontravano più spesso. Il si-sawat è tradizionalmente un gatto di buon augurio, regalato alle spose e associato alla fortuna della casa che lo ospita: un ruolo culturale che ha protetto la popolazione per secoli, perché un animale portafortuna non viene disperso né incrociato con il primo gatto di passaggio.

Da qui viene anche l’abitudine, ancora viva fra gli allevatori seri, di donarlo in coppia. Sul piano pratico il si-sawat è un gatto di taglia media e muscoloso, con la testa a forma di cuore vista di fronte, le sopracciglia marcate e un mantello che non richiede quasi nessuna manutenzione: una spazzola morbida per pelo corto passata una volta alla settimana basta e avanza, e serve più a controllare la pelle che a togliere pelo, perché di pelo ne perde davvero poco.

1959: Nara, Darra e la strada verso il riconoscimento

L’arrivo in Occidente ha una data precisa. Il 12 giugno 1959 due fratelli, Nara e Darra, entrano negli Stati Uniti destinati al Cedar Glen Cattery dell’Oregon, provenienti da un allevamento di Bangkok. Sono i primi korat documentati fuori dalla Thailandia. Il percorso di riconoscimento è rapido per gli standard dell’epoca: nel marzo 1966 la CFA concede alla razza lo status di campionato. Nel 1969 arrivano altri nove soggetti importati, un’operazione fatta apposta per allargare una base genetica strettissima.

Quel dettaglio non è aneddotica da appassionati: è il motivo per cui oggi si parla tanto di test genetici in questa razza. Una popolazione fondata da pochi individui concentra le varianti recessive, e le malattie che ne derivano compaiono con una frequenza che in un gatto di casa qualunque non si vedrebbe mai. Chi valuta un korat dovrebbe partire da qui, prima ancora che dal colore degli occhi o dalla forma della testa, esattamente come si parte dalle casistiche vere quando si vuole capire quanto vive un gatto.

Una razza chiusa: tutti i korat vengono dalla Thailandia

Il korat è una delle poche razze che non ammette incroci con altre razze. Ogni soggetto registrato deve discendere da gatti thailandesi documentati, e le importazioni dalla Thailandia restano la sola via per introdurre sangue nuovo. È una scelta di conservazione che ha un rovescio evidente: il pool genetico resta piccolo, e la responsabilità di gestirlo ricade interamente sugli allevatori, che devono incrociare sapendo esattamente che cosa portano i loro riproduttori.

Il gatto che ne esce è un animale da appartamento eccellente, attento e coinvolto in tutto quello che succede in casa, ma che soffre gli ambienti poveri e le giornate vuote. Servono punti alti, nascondigli e un minimo di verticalità: un albero per gatti da 112 centimetri copre il fabbisogno di base di un adulto, mentre il quadro completo di che cosa significhi tenere un gatto fra quattro mura è in il gatto in appartamento e nelle indicazioni sull’arricchimento ambientale per gatti.

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