Origine e storia dell’American Shorthair

Foto: Luke12345678901 · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons
Arrivato con le navi, tenuto per i topi
Il gatto che oggi si chiama American Shorthair non è stato progettato da nessuno. La Cat Fanciers’ Association lo fa risalire ai gatti a pelo corto che i coloni europei imbarcavano per proteggere le provviste dai roditori durante le traversate atlantiche, e che una volta sbarcati continuarono a fare lo stesso mestiere nelle fattorie, nei fienili e nei magazzini. Era un gatto da lavoro pagato in topi, e a selezionarlo furono il clima, le malattie e la capacità di cacciare, non il gusto di un giudice di esposizione.
L’animale che ne è uscito porta ancora addosso quel mestiere. Corpo medio-grande e muscoloso, torace pieno, zampe robuste, un mantello corto ma spesso, descritto dalla CFA come abbastanza denso da proteggere dal freddo e dall’umido. Niente muso schiacciato, niente orecchie ripiegate, niente arti accorciati: il gatto doveva correre su un pavimento di legno e saltare su una balla di fieno, e qualunque tratto che glielo impedisse spariva da solo nel giro di poche generazioni.
Da Domestic Shorthair a American Shorthair: perché è cambiato il nome
La razza compare fra i gatti presentati alla prima grande esposizione felina americana, quella del 1895, e figura fra le cinque razze registrate dalla Cat Fanciers’ Association quando l’associazione nasce, nel 1906. Per sessant’anni però si chiamò semplicemente Domestic Shorthair, cioè «gatto domestico a pelo corto»: un nome che descriveva un tipo, non una selezione, e che metteva sullo stesso piano i soggetti allevati con pedigree e i milioni di gatti a pelo corto senza alcuna genealogia.
Il cambio di nome, deciso a metà degli anni Sessanta, serviva esattamente a sciogliere quell’ambiguità. American Shorthair indica una popolazione registrata, con genealogie note e uno standard scritto, non un gatto qualunque con il pelo corto. È una distinzione che in italiano si perde quasi sempre, perché nei siti di annunci «american shorthair» viene usato come sinonimo di soriano robusto. Sapere che cosa si compra è il primo passo, come vale per qualunque scelta legata a il gatto in appartamento.
Selezionato per la robustezza, non per un tratto estremo
Nella storia delle razze feline questa è un’eccezione che vale la pena notare. Molte razze moderne nascono da una mutazione appariscente e vengono costruite attorno a quella: un muso schiacciato, un orecchio piegato, l’assenza di pelo, arti corti. L’American Shorthair no. Lo standard descrive un gatto equilibrato, di taglia media, senza esagerazioni in nessuna direzione, e gli allevatori hanno lavorato per fissare un tipo che esisteva già invece di spingere un carattere fino al limite.
La conseguenza sanitaria è concreta. La CFA scrive che la razza non è nota per problemi specifici, e un pool genetico ampio, alimentato per decenni da soggetti diversi fra loro, ha diluito le varianti rare invece di concentrarle. Non significa che i singoli gatti non si ammalino, né che i test sui riproduttori siano superflui: significa che qui il rischio di partenza è più basso, e che la selezione non ha comprato bellezza pagandola con la respirazione o con le articolazioni.
Resta comunque una differenza fra il tipo da esposizione e il gatto di casa. Lo standard chiede una testa larga, guance piene e un corpo pesante, e nelle linee più spinte quell’insieme si accompagna a soggetti massicci che in appartamento tendono a muoversi poco. Non è una malformazione, è una questione di gestione: un gatto costruito per lavorare che non lavora più mette peso, e in genere lo fa dormendo, come si vede parlando di perché il gatto dorme tutto il giorno.
L’errore da cui è nato l’Exotic Shorthair
Negli anni Cinquanta alcuni allevatori di American Shorthair incrociarono i propri gatti con i persiani sperando di migliorare il colore del mantello, in particolare nei silver. Il risultato fu tutt’altro. Poiché il pelo corto è dominante su quello lungo, dalla prima generazione uscirono gattini a pelo corto ma con la testa rotonda e il corpo raccolto del persiano: nasceva così l’Exotic Shorthair, che la CFA riconobbe come razza a sé. Un incrocio sbagliato è diventato una razza.
Dentro l’American Shorthair, invece, quell’innesto fu vissuto come un problema: cambiava il tipo che gli allevatori stavano faticosamente fissando. Nell’altra direzione la porta è rimasta aperta ancora per decenni, e la CFA ricorda che gli accoppiamenti ammessi per l’Exotic furono ristretti a persiano e American Shorthair nel 1975, con l’American Shorthair eliminato dalla lista solo nel 1987. Da allora le due razze sono separate, e chi le vede accostate in una fotografia fatica a credere che abbiano un antenato comune così recente.
Il gatto di oggi è quindi il prodotto di una selezione difensiva: mantenere un tipo naturale mentre attorno le razze si spingevano verso l’estremo. Chi lo porta a casa trova un animale poco appariscente e molto solido, che ha bisogno di quello che serve a tutti i gatti, cioè superfici da graffiare e punti alti veri. Un tiragraffi verticale in sisal e un pettine con doppia dentatura coprono gran parte della manutenzione settimanale.