Cura del pelo e salute dell’American Shorthair

Foto: Luke12345678901 · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons
Un pelo corto che perde più di quanto sembri
Lo standard descrive un mantello corto, sodo e lucido, di tessitura dura, abbastanza denso da proteggere dalle intemperie. Denso è la parola importante: corto non vuol dire poco pelo, e nei cambi di stagione un American Shorthair lascia in giro una quantità di sottopelo che sorprende chi si aspettava la manutenzione di un siamese. Una passata settimanale con un pettine a doppia dentatura basta e avanza, purché sia davvero settimanale.
Il vantaggio rispetto ai semilunghi è che qui i nodi non si formano quasi mai, quindi la spazzolatura non è una corsa contro il tempo. Serve però a due cose che contano di più dell’estetica: ridurre il pelo ingerito e passare le mani su tutto l’animale una volta alla settimana, che è il modo più efficace di scoprire noduli, croste e zone dolenti. Una caduta a chiazze o accompagnata da croste non è muta: le cause sono quelle di perché il gatto perde il pelo.
Cardiomiopatia ipertrofica: la voce che conta davvero
È l’eccezione alla fama di razza robusta, e va conosciuta prima di comprare. Il Cornell Feline Health Center indica la cardiomiopatia ipertrofica come la malattia cardiaca più comune del gatto e include esplicitamente l’American Shorthair fra le razze in cui si osserva con maggiore frequenza, insieme a maine coon, ragdoll, british shorthair, sphynx, bengala, certosino, norvegese, siberiano e persiano. Il muscolo del ventricolo sinistro si ispessisce, la camera si riduce e il cuore si riempie male.
Il problema clinico è che per anni non si vede niente. Molti gatti restano senza sintomi fino alla prima crisi, che può essere direttamente un edema polmonare, con respiro rapido o a bocca aperta e abbattimento, oppure un tromboembolo che paralizza il treno posteriore con dolore acuto. La diagnosi si fa con l’ecocardiografia, e Cornell ricorda che prima di attribuire l’ispessimento a una cardiomiopatia vanno escluse l’ipertensione e l’ipertiroidismo, che producono un quadro simile.
Sul piano pratico questo significa una cosa sola: il cuore di questa razza si controlla con un’ecografia fatta da chi la sa fare, non con l’auscultazione e non con un esame del sangue. Un soffio può mancare in un gatto malato ed essere presente in uno perfettamente sano, quindi non è un criterio affidabile né in un senso né nell’altro. Nei soggetti adulti conviene inserire il controllo cardiologico nella routine dei controlli del gatto anziano, insieme alla misurazione della pressione e al profilo tiroideo.
Che cosa dicono i test genetici e che cosa non dicono
Nel maine coon e nel ragdoll esistono due varianti del gene MYBPC3 associate alla malattia e testabili in laboratorio. Nell’American Shorthair il quadro è diverso e più recente: uno studio pubblicato su PLOS One nel 2023 su una casistica giapponese ha cercato le varianti feline note in gatti con cardiomiopatia ipertrofica e ha trovato la variante ALMS1 G3376R, descritta in origine nello sphynx, anche in soggetti di altre razze fra cui proprio l’American Shorthair.
Il risultato è interessante ma va letto per quello che è. Dice che quella variante non è confinata a una sola razza, non che esiste un test validato per l’American Shorthair né che un gatto portatore si ammalerà. Il Cornell Feline Health Center è esplicito: i test genetici disponibili identificano un rischio aumentato, ma non tutti i gatti che hanno queste mutazioni sviluppano la malattia, e il risultato va interpretato da un veterinario.
La conseguenza pratica per chi compra è che in questa razza lo screening è ecocardiografico, non genetico. Un allevatore che parla di test del DNA per l’HCM nell’American Shorthair sta usando parole che non corrispondono allo stato attuale delle conoscenze; uno che mostra referti cardiologici recenti dei due riproduttori sta facendo la cosa giusta. E un’ecografia normale a due anni non dice quasi nulla su come sarà lo stesso gatto a sette.
Il resto del libretto: peso, denti e controlli
In una razza senza un elenco lungo di patologie ereditarie, la salute si gioca sulle voci ordinarie, che sono anche quelle che accorciano più vite. La prima è il peso: un gatto muscoloso e con il pelo denso nasconde due chili di troppo per anni, e il sovrappeso è il fattore di rischio più modificabile per diabete, artrosi e problemi urinari. Il quadro completo, con il metodo per valutare la condizione corporea, è in il gatto grasso.
La seconda è la bocca. La malattia parodontale colpisce la maggior parte dei gatti adulti e resta invisibile finché il gatto non smette di masticare da un lato o non comincia a mangiare più lentamente; il controllo dei denti va fatto a ogni visita e non aspetta i sintomi, perché il dolore orale nel gatto è uno dei più silenziosi che esistano. La terza voce è la frequenza dei controlli, che dopo i sette anni raddoppia, con esami del sangue completi e misurazione della pressione arteriosa.
Vale infine la pena dire che «razza sana» non è un lasciapassare. Un pool genetico ampio riduce la probabilità di malattie di linea, non quella di ammalarsi: un gatto robusto si ammala comunque, semplicemente per cause meno prevedibili. Un posto tranquillo dove riposare, come una cuccia ciambella da 50 centimetri a terra, diventa importante proprio negli anni in cui il gatto smette di salire in alto senza che nessuno se ne accorga.