Curiosità e aneddoti sull’American Shorthair

Foto: Luke12345678901 · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons
Perché il gatto del rifugio non è un American Shorthair
È l’equivoco più diffuso, e nasce dal nome che la razza portava fino agli anni Sessanta. Negli Stati Uniti «domestic shorthair» è tuttora la formula con cui i canili e i veterinari indicano qualunque gatto a pelo corto senza genealogia, cioè l’equivalente del nostro soriano o gatto comune europeo. È una descrizione fisica, non una razza, e riguarda decine di milioni di animali che non hanno nulla a che vedere con la popolazione registrata.
L’American Shorthair è invece una popolazione chiusa e documentata, con uno standard scritto e genealogie verificabili, e proprio per marcare quella distanza il nome fu cambiato. Nessuno può trasformare un trovatello in un American Shorthair guardandolo, e un annuncio che vende «american shorthair senza pedigree» sta vendendo un gatto comune a prezzo di razza. Questo non toglie niente al gatto comune, che anzi gode di una variabilità genetica ancora più ampia.
American Shorthair e British Shorthair: due gatti diversi
La confusione è comprensibile, perché entrambe le razze sono gatti robusti a pelo corto nati dalla popolazione domestica del proprio paese. Le differenze però sono nette. Il British Shorthair è più compatto e rotondo, con testa larghissima, guance piene, ossatura pesante e un mantello crespo e distanziato dal corpo; l’American Shorthair è più lungo e atletico, con una testa meno estrema e un pelo aderente e duro. Uno è un gatto pesante, l’altro un gatto muscoloso.
La differenza che conta di più, però, è nel libretto sanitario. Il British Shorthair porta l’eredità degli incroci con il persiano fatti nel dopoguerra, e per lui i laboratori offrono test specifici come quello per il rene policistico PKD1, un difetto che porta alla malattia renale cronica in età adulta; ha inoltre una frequenza elevata di gruppo sanguigno B, che espone al rischio di isoeritrolisi neonatale. Nell’American Shorthair questo bagaglio non c’è, ed è il vantaggio principale di una selezione che non è passata da un’altra razza.
Oltre cento colori e nessuno obbligatorio
Pochi standard sono così permissivi. La CFA ammette per questa razza più di cento combinazioni di colore e disegno, dal classico tabby argento alle varianti tigrate, ai bicolori, agli smoke. È la conseguenza diretta dell’origine: una popolazione ampia e mescolata porta con sé tutte le varianti che il gatto domestico possiede, e la selezione non ha ristretto la tavolozza come è successo nelle razze costruite attorno a un unico colore.
Il silver tabby classico resta l’immagine con cui la razza viene riconosciuta, ed è anche il colore che negli anni Cinquanta spinse alcuni allevatori a incrociare con il persiano, con le conseguenze che sono note. Sul piano pratico il colore non ha effetti sulla salute in questa razza, con una sola eccezione che vale per tutti i gatti: il bianco esteso con occhi azzurri si associa a un rischio più alto di sordità congenita, e va verificato con un test strumentale dell’udito invece che a orecchio.
Un dettaglio che i proprietari scoprono in fretta è che sui mantelli argento e sui bicolori il pelo morto si vede molto più che su un tabby scuro, soprattutto in primavera e in autunno. Non cambia la frequenza della spazzolatura, che resta settimanale, ma cambia la percezione di quanto il gatto perde. Un pettine a doppia dentatura passato controcorrente sul dorso raccoglie in due minuti quello che altrimenti finirebbe sul divano e nei boli di pelo.
Che cosa significa davvero «razza sana»
Sentirsi dire che una razza non ha problemi noti è rassicurante e un po’ fuorviante. Significa che non esistono malattie di linea diffuse e documentate, non che i singoli gatti siano protetti: un American Shorthair può sviluppare una cardiomiopatia, una malattia renale cronica o un ipertiroidismo esattamente come chiunque altro, e le cause saranno individuali invece che genealogiche. Il vantaggio è reale ma riguarda la probabilità di partenza, non l’esito.
Vale infine la pena diffidare delle medie di longevità che circolano negli annunci, quasi sempre stime di allevatori invece che dati di casistiche veterinarie: i numeri affidabili e i fattori che li spostano sono raccolti in quanto vive un gatto. Quello che si può controllare è concreto: peso stabile, controlli annuali, denti, un ambiente che invita a muoversi e almeno una cuccia morbida a terra per gli anni in cui salire costa fatica.