Gattini e riproduzione del Norvegese delle foreste

Foto: Mezuah · CC BY-SA 3.0 · via Wikimedia Commons
I referti che devono esserci prima della cucciolata
In questa razza le domande da fare all’allevatore sono poche e molto precise. La prima riguarda la glicogenosi di tipo IV: entrambi i genitori devono avere un referto genetico, con esito N/N oppure N/GSD, e i referti devono essere riferibili a quei soggetti e non alla linea in generale. Due portatori accoppiati producono in media un quarto di gattini malati, che nascono morti o muoiono nei primi giorni, quindi il controllo non è un dettaglio burocratico.
Le altre due domande riguardano cuore e anche. L’ecocardiografia per la cardiomiopatia ipertrofica va fatta ai riproduttori e ripetuta nel tempo, perché un esame negativo a due anni non dice nulla su quello che succederà a sei. La radiografia delle anche, dove viene eseguita, si legge su una scala a gradi e serve a non accoppiare due soggetti compromessi. Un allevatore serio consegna documenti; una rassicurazione generica sulla salute della propria linea non è una risposta.
Come cresce un gattino che diventerà grande
La crescita lenta di questa razza confonde molti proprietari alle prime armi. Un gattino di norvegese non deve essere spinto: la taglia adulta arriva comunque, e forzare la razione nei primi mesi produce soltanto un giovane in sovrappeso con articolazioni caricate troppo presto. Le linee guida AAHA e AAFP indicano circa 200 kcal per chilo al giorno a dieci settimane e circa 80 a dieci mesi, e il controllo settimanale del peso vale più di qualsiasi tabella stampata sul sacco.
Anche il mantello segue il proprio calendario. Nei primi mesi il pelo è corto e ingannevole, la gorgiera e le culotte compaiono più tardi e la struttura del corpo si completa negli anni successivi. Giudicare un gattino sulla quantità di pelo che ha a quattro mesi non ha senso: quello che conta è che sia sveglio, sociale, con occhi e orecchie puliti e un peso coerente con l’età, non che somigli già alla fotografia di un adulto in assetto invernale.
Le settimane che formano il carattere
Le prime settimane sono la finestra in cui il gattino impara che cosa è normale. Manipolazione quotidiana, incontri con persone diverse, superfici, oggetti, rumori domestici e, se possibile, un cane tranquillo: tutto quello che entra in questo periodo diventa parte del mondo accettabile, e quello che manca resta potenzialmente minaccioso per anni. È il nucleo di quanto si dice a proposito della socializzazione del gattino, e vale a maggior ragione per una razza che matura lentamente.
In parallelo si costruiscono le abitudini alimentari, che poi restano per la vita. Le linee guida AAHA e AAFP indicano che il passaggio a un alimento per gattini può cominciare fra le tre e le cinque settimane e che le preferenze si formano presto, influenzate all’inizio dalla madre. Offrire consistenze diverse durante lo svezzamento evita di ritrovarsi con un adulto che rifiuta l’umido proprio quando una malattia impone di cambiare dieta.
Quando portarlo a casa e come sistemarlo
Un gattino non dovrebbe lasciare la cucciolata prima delle dodici settimane, e in questa razza conviene anche più tardi: le settimane con la madre e i fratelli insegnano l’inibizione del morso e la gestione del conflitto. Alla consegna servono libretto sanitario con vaccinazioni e sverminazioni, microchip, pedigree se dichiarato e i referti genetici dei genitori. Senza i referti non si prenota niente, per quanto la cucciolata sia bella nelle fotografie ricevute per messaggio.
A casa il gattino va tenuto qualche giorno in una stanza sola, con acqua, cibo, nascondigli e una lettiera a bordo basso che possa scavalcare da solo: una lettiera vegetale a bassa polverosità è una scelta comoda in questa fase. Una cuccia nido morbida e lavabile gli dà il posto sicuro che le linee guida indicano come primo pilastro, e l’accesso al resto della casa si allarga nei giorni successivi.