Cura del pelo e salute del Burmilla

Foto: David Johnson [1] · CC BY-SA 3.0 · via Wikimedia Commons
Un mantello corto che chiede un pettine, non una spazzola
Il pelo del burmilla è corto, fine e aderente al corpo, con pochissimo sottopelo, e la manutenzione si esaurisce in una passata settimanale. Gli standard consigliano un pettine in acciaio piuttosto che una spazzola a setole, perché serve a togliere il pelo morto invece di lucidare la superficie. Una spazzola con pettine per cani e gatti copre entrambe le funzioni, e va usata con mano leggera perché la tessitura serica si rovina se il pelo viene tirato.
Con una copertura così sottile la pelle si vede bene, ed è un vantaggio diagnostico: croste, arrossamenti e chiazze compaiono all’occhio settimane prima che in un gatto molto peloso. Una perdita di pelo diffusa nei cambi di stagione è normale, una caduta a chiazze con prurito o croste non lo è, e nemmeno un gatto che si spela leccandosi sempre nello stesso punto: le cause sono elencate in perché il gatto perde il pelo e vanno viste, non aspettate.
Un dettaglio estetico che vale la pena conoscere è il cosiddetto ingiallimento, cioè la comparsa di sfumature calde sul mantello argentato, più frequente su collo e dorso. Non è una malattia e non ha conseguenze sul benessere del gatto, penalizza soltanto in esposizione. Non è un motivo per lavare il gatto: i bagni frequenti tolgono sebo e peggiorano la qualità del pelo, mentre una pettinatura regolare e una dieta adeguata sono l’unica gestione sensata di un carattere in buona parte genetico.
Ipokaliemia familiare: il test WNK4
È la prima delle tre malattie che il burmilla eredita dai suoi progenitori, e arriva dal ramo burmese. Dipende da una mutazione nonsense del gene WNK4 e si trasmette come carattere autosomico recessivo: serve una doppia copia perché il gatto sia malato, mentre il portatore con una sola copia è sano e non mostra assolutamente nulla. Gli episodi compaiono in genere nei primi mesi di vita e possono essere scatenati da stress, esercizio o freddo: in un gatto senza sottopelo, tenere una stanza tiepida e un’amaca da termosifone a disposizione toglie almeno quella variabile.
Il quadro clinico è riconoscibile una volta che lo si conosce: debolezza muscolare a crisi, andatura rigida, testa che oscilla e soprattutto ventroflessione del collo, cioè il gatto che non riesce a tenere il muso sollevato. Durante l’episodio il potassio nel sangue è basso e gli enzimi muscolari alti, la diagnosi si fa con un semplice prelievo e la terapia è l’integrazione di potassio. Non è una condanna, ma va riconosciuta: senza diagnosi le crisi si ripetono e possono diventare gravi.
Il laboratorio di genetica veterinaria della UC Davis offre il test per il burmilla insieme a burmese, european burmese, bombay, tonkinese, australian mist, tiffanie e altre razze imparentate, con tre esiti possibili: normale, portatore, affetto. Poiché la trasmissione è recessiva, basta non accoppiare mai due portatori perché non nascano gattini malati. È una malattia che si elimina in una sola generazione, e per questo un allevamento serio la testa senza che nessuno debba chiederglielo.
Deformità cranica del burmese: il test ALX1
La seconda voce è più delicata perché tocca il tipo premiato in esposizione. La deformità cranica del burmese, nota come head defect, dipende da una delezione di dodici basi nel gene ALX1 e si trasmette in modo codominante: il soggetto con una sola copia è vivo e mostra un muso più corto e una testa più raccolta, mentre i gattini con due copie non sono vitali e nascono con malformazioni craniofacciali gravissime che non lasciano alternative.
La variante è concentrata soprattutto nelle linee burmesi contemporanee di tipo americano, ma il test UC Davis è offerto anche per il burmilla proprio per la parentela diretta con quel ceppo. La regola di accoppiamento è rigida e semplice: un portatore si usa solo con un soggetto negativo, mai con un altro portatore. È qui che si vede la differenza fra un allevamento e un rivenditore, perché chi non testa scopre il problema sui gattini appena nati invece che su un referto.
PKD, il rene policistico: l’eredità del persiano
La terza voce arriva dall’altro ramo. Il rene policistico è la malattia ereditaria classica del persiano e del chinchilla, e i laboratori britannici includono il burmilla fra le razze per cui il test ha senso, proprio per l’origine della popolazione. Dipende da una variante del gene PKD1 e si trasmette come carattere autosomico dominante: basta una sola copia per essere malati, e un soggetto affetto trasmette la variante a circa metà dei figli.
Il decorso è lento e silenzioso. Le cisti si formano presto, spesso già entro il primo anno di vita, ma crescono negli anni e i segni di insufficienza renale compaiono di solito in età adulta o avanzata: sete aumentata, urine più abbondanti, dimagrimento, appetito che cala. La diagnosi si fa con l’ecografia in un gatto adulto e con il test genetico a qualunque età, anche su un gattino. Il quadro clinico completo, con la gestione, è in la malattia renale del gatto.
La trasmissione dominante rende la selezione più semplice che nelle altre due malattie: un soggetto positivo non va usato in riproduzione, punto, e da genitori entrambi negativi non nascono gattini portatori. Per chi porta a casa un burmilla la conseguenza pratica è duplice: chiedere il referto dei due genitori e, per tutta la vita del gatto, non archiviare mai come normale un aumento del consumo d’acqua, come spiega il gatto beve troppo.