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Origine e storia del Burmilla

Burmilla argento in piedi su un prato

Foto: David Johnson [1] · CC BY-SA 3.0 · via Wikimedia Commons

1981: una porta lasciata aperta

Poche razze hanno un atto di nascita così poco programmato. Nel 1981, in Inghilterra, la baronessa Miranda von Kirchberg teneva in casa un persiano chinchilla di nome Jemari Sanquist, acquistato come animale da compagnia, e una femmina di burmese lilla chiamata Bambino Lilac Fabergé. Una persona addetta alle pulizie lasciò aperta la porta della stanza in cui la gatta era isolata, i due si incontrarono e l’11 settembre di quell’anno nacquero quattro femmine dal mantello nero argentato. La razza nasce da un accoppiamento non voluto, e questo è documentato.

Il risultato era abbastanza convincente da trasformare l’incidente in un programma. I quattro gattini avevano il tipo elegante e la struttura del burmese europeo con il mantello argentato del chinchilla, un abbinamento che nessuno aveva cercato e che si rivelò riproducibile. Da quella cucciolata parte una selezione condotta con criteri espliciti, poi un club di razza e infine il riconoscimento delle associazioni: il burmilla è oggi registrato dalle principali federazioni, con lo stesso nome costruito sulla fusione delle due parole di partenza, burmese e chinchilla.

Il gruppo Asian: una famiglia nata dalla stessa cucciolata

In Gran Bretagna il burmilla non è stato registrato da solo ma come parte di un insieme più ampio, il gruppo Asian, che raccoglie i gatti con il tipo del burmese europeo e mantelli diversi da quello sepia originale. Nel gruppo rientrano le varietà tigrate, quelle a tinta unita e quella a pelo semilungo, chiamata tiffanie. Sono tutti parenti stretti dello stesso ceppo, ed è il motivo per cui i laboratori offrono per queste razze gli stessi pannelli di test genetici.

Per chi compra oggi la cosa utile da capire è che il burmilla non è un burmese di colore diverso, né un persiano a pelo corto. È una popolazione a sé, costruita in quarant’anni su una base genetica che resta relativamente stretta, e che porta con sé le predisposizioni di entrambi i rami di origine. È esattamente questa doppia eredità a rendere l’elenco dei test da chiedere all’allevamento più lungo della media, e a renderlo una parte non negoziabile della scelta di un gattino.

Che cosa ha preso da ciascun genitore

Dal burmese arrivano la struttura e il carattere. Il corpo è di taglia media, muscoloso e più pesante di quanto la sagoma lasci prevedere, con gambe slanciate e un profilo moderato, senza le esagerazioni del tipo americano contemporaneo. Il pelo è corto, fine e aderente, con pochissimo sottopelo, quindi la manutenzione si esaurisce in una passata settimanale con una spazzola con pettine per gatti. Per il resto è un gatto da interni, a cui servono risorse distribuite e un punto alto davanti a una finestra, per esempio un albero per gatti da 112 centimetri: il quadro completo è in il gatto in appartamento.

Dal persiano chinchilla arriva invece il mantello, che è il tratto per cui la razza esiste. La base del pelo è bianca o argentata e il colore si concentra soltanto sulla punta: quando interessa circa un ottavo della lunghezza si parla di tipo chinchilla o tipped, quando arriva a coprirne un terzo si parla di shaded. La differenza si vede a occhio quando il gatto si muove, perché il colore vive solo in superficie e cambia con la luce e con l’inclinazione del pelo.

Il make-up: il tratto che lo rende riconoscibile

Il dettaglio che nessun’altra razza ha allo stesso modo è il disegno del muso. Il contorno degli occhi, il bordo del naso e la linea delle labbra sono delineati dal colore di base, come se fossero stati tracciati con una matita, e su un mantello chiarissimo il contrasto è netto. Gli standard lo chiamano make-up, ed è l’elemento che i giudici guardano per primo insieme alla purezza dell’argento sottostante e alla nitidezza del tipping.

Gli occhi seguono un percorso lento. Nei soggetti giovani sono spesso di un giallo verdastro o dorato e il verde si stabilizza con la maturità, senza che questo dica nulla sulla qualità del gattino. È uno dei motivi per cui giudicare un cucciolo di otto settimane da una fotografia è poco affidabile: colore degli occhi, definizione del tipping e contrasto del make-up si completano nei mesi successivi allo svezzamento. Anche sull’aspettativa di vita valgono le casistiche veterinarie e non le medie degli annunci, come si vede in quanto vive un gatto.

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