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Origine e storia del Norvegese delle foreste

Norvegese delle foreste grigio e bianco in primo piano

Foto: Mezuah · CC BY-SA 3.0 · via Wikimedia Commons

Lo skogkatt prima che diventasse una razza

Il norvegese delle foreste non nasce da un progetto di allevamento: nasce da una popolazione di gatti semiselvatici che in Norvegia vivevano attorno alle fattorie e ai porti, chiamati skogkatt, gatti del bosco. Compaiono nei racconti popolari norvegesi da secoli, molto prima che qualcuno pensasse a registrarli. Il tipo si è formato da solo, sotto la pressione del clima, e questo distingue la razza dalle molte costruite a tavolino nel Novecento, con incroci decisi da un allevatore e da un obiettivo estetico.

Il rischio è arrivato proprio quando il gatto ha smesso di essere solo un animale da lavoro. Secondo la CFA la popolazione originale rischiò di sparire per incrocio continuo con i comuni gatti a pelo corto che vivevano liberi: non un’estinzione, ma una diluizione. Dopo la seconda guerra mondiale un gruppo di appassionati norvegesi cominciò a selezionare i soggetti che ancora mostravano il tipo antico, e da quel lavoro di recupero deriva ogni norvegese registrato oggi in Europa e negli Stati Uniti.

Le date del riconoscimento, una per una

La FIFe riconosce il norvegese delle foreste nel 1977 e lo colloca in categoria 2, quella dei semilunghi. È la data che chiude il recupero e apre la fase moderna della razza. I primi soggetti arrivano negli Stati Uniti nel novembre 1979; la CFA ammette la razza alla registrazione nel 1987 e al campionato nel 1993. In poco più di quindici anni un gatto di fattoria diventa un animale da esposizione presente in due continenti, con un libro genealogico chiuso alle sue spalle.

C’è anche un passaggio simbolico che si racconta spesso e che è ben documentato dalla CFA: il norvegese è stato indicato come gatto ufficiale della Norvegia dal re Olav V. Non cambia nulla sul piano tecnico, ma spiega perché nel paese d’origine la razza sia stata protetta con un’attenzione che altrove non si è vista. Un patrimonio genetico ricostruito su pochi fondatori resta però un patrimonio ristretto, e questo pesa sulle malattie ereditarie di cui si parla oggi.

Che cosa chiede lo standard FIFe

Lo standard descrive un gatto lungo, di costituzione solida, con ossatura robusta e arti posteriori più alti degli anteriori. La testa forma un triangolo equilatero con buona altezza vista di profilo, e il profilo è lungo e diritto, senza alcuna interruzione: niente stop. È il dettaglio che separa il norvegese dal maine coon per chi li confonde. Le orecchie sono grandi, larghe alla base, a punta, con ciuffi di lince e peli lunghi all’interno; gli occhi grandi e ovali, leggermente obliqui.

La coda deve essere lunga e folta e arrivare almeno alle scapole, preferibilmente al collo. Il mantello è semilungo, con sottopelo lanoso coperto da un pelo di guardia impermeabile, lungo, ruvido e lucido; un soggetto in pieno assetto mostra pettorina, gorgiera piena e culotte sulle cosce. Lunghezza e densità cambiano con la stagione, e lo standard lo mette per iscritto. Un norvegese in muta estiva non è un norvegese scadente, è lo stesso gatto in un altro momento dell’anno.

La scala dei punti FIFe dice dove si gioca il giudizio: venticinque punti al corpo, venti alla testa, venti alla qualità, tessitura e lunghezza del pelo, dieci alle orecchie, dieci alla coda, cinque agli occhi, cinque a colore e disegno, cinque alla condizione. Il colore vale pochissimo, la struttura e il pelo quasi tutto. È un modo indiretto per dire che la razza si riconosce dall’insieme e non dal manto, che invece resta la prima cosa che colpisce chi la incontra.

Un gatto costruito per arrampicarsi

La corporatura del norvegese è quella di un animale che saliva per lavoro. Il posteriore più alto delle spalle, le zampe forti e i piedi grandi e rotondi descritti dallo standard sono i tratti di un gatto che si muoveva su tronchi e rocce, non su un divano. In casa quella struttura resta, e con lei l’esigenza di usarla: senza percorsi in quota il gatto se li inventa, e un albero per gatti da 143 cm stabile è il minimo sindacale.

Anche il mantello racconta un ambiente. Il doppio strato, con il pelo di guardia che respinge l’acqua e il sottopelo che trattiene il calore, è ciò che permetteva a questi gatti di stare fuori con la neve. In un appartamento riscaldato quello stesso mantello diventa un impegno di manutenzione: serve almeno una spazzola per cani e gatti e un po’ di costanza, e nella muta il gatto perde il pelo in quantità che sorprendono chi lo sceglie pensando solo all’estetica, e che pesano sulla gestione quotidiana del gatto in appartamento.

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