Educazione e intelligenza dell’American Shorthair

Foto: Luke12345678901 · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons
Impara volentieri, ma solo se conviene
TICA e CFA descrivono un gatto intelligente e facile da addestrare, e la seconda parte va letta insieme alla prima. Impara in fretta, ma non esegue per compiacere: se la sequenza che gli proponi non porta a niente di utile, smette e va a dormire. È il motivo per cui l’unico metodo che funziona è il rinforzo, cioè far seguire immediatamente a un comportamento qualcosa che il gatto vuole. Il rinforzo deve arrivare entro un secondo, altrimenti l’associazione non si costruisce.
In questa razza c’è un vincolo in più: il rinforzo alimentare va gestito con attenzione, perché il gatto tende al sovrappeso e una sessione di addestramento fatta a bocconcini extra si paga sulla bilancia. La soluzione è banale e nessuno la applica: si prelevano le crocchette dalla razione della giornata e si usano quelle. Per alcuni soggetti funzionano meglio un gioco breve o una manciata di foglie di erba gatta a fine sessione.
Le tre cose che vale davvero la pena insegnare
La prima è entrare da solo nel trasportino, che è la differenza fra una visita gestibile e una lotta di venti minuti in corridoio. Un trasportino rigido con apertura superiore lasciato aperto in casa tutto l’anno, con dentro una coperta che sa di casa e ogni tanto un bocconcino, smette in fretta di essere l’oggetto che annuncia il veterinario e diventa un posto come un altro. Il metodo passo per passo, con i tempi realistici, è in il gatto e il trasportino.
La seconda è farsi maneggiare. Anche un pelo corto va pettinato, le unghie vanno controllate, la bocca va guardata, e un adulto di sei chili che si oppone non si tiene fermo con la forza. Si comincia da gattino con tocchi brevi su zampe, orecchie e labbra seguiti subito da qualcosa di piacevole, allungando di pochi secondi alla volta. La terza è il richiamo, costruito su un suono sempre identico e diverso dal nome, che viene usato in troppi contesti.
Che cosa non funziona: punizione, spruzzi, voce alta
Spruzzare acqua, alzare la voce o afferrare il gatto per la collottola non insegnano niente e producono un effetto collaterale preciso: l’animale impara a evitare te, non il comportamento. Un gatto che si allontana quando entri in una stanza non ha capito la regola, ha solo classificato una persona come imprevedibile. Le linee guida AAFP e ISFM mettono fra i pilastri di un ambiente sano un’interazione umana positiva e coerente, e la punizione lavora esattamente contro quel principio.
In una razza discreta il danno è più difficile da vedere. Un gatto orientale che si offende lo comunica ad alta voce; un American Shorthair semplicemente riduce i contatti, sceglie un’altra stanza e diventa quel gatto che «sta per conto suo». Se un comportamento va cambiato, si cambia l’ambiente: sportelli con fermo, cibo fuori vista, alternative più comode accanto ai posti contesi. Quando invece un gatto abitudinario comincia a nascondersi in modo nuovo, il primo sospetto da escludere è sanitario.
Il gioco che diventa morso e la caccia alle caviglie
Un cacciatore efficiente chiuso in casa cerca prede, e le caviglie che passano in corridoio sono l’oggetto in movimento più disponibile. Il rimedio non è la punizione ma la gestione: le mani e i piedi non devono mai fare da preda, nemmeno con un gattino di due mesi, perché quello che è divertente a otto settimane fa male a otto mesi. Le dinamiche e i modi per interrompere senza rompere il rapporto sono in perché il gatto morde.
L’altra metà del lavoro è preventiva e riguarda il momento della giornata. Gli agguati arrivano quasi sempre nelle ore crepuscolari, cioè quando il gatto ha accumulato energia e in casa comincia il movimento. Anticipare una sessione di gioco intensa a quell’ora sposta il problema prima che si presenti. Si previene con l’orologio, molto più che con i rimproveri, e in un animale abitudinario la regolarità produce risultati in poche settimane.