Origine e storia del Russo Blu

Foto: Tkeiger at en.wikipedia · CC BY 3.0 · via Wikimedia Commons
Il gatto di Arcangelo, arrivato in Inghilterra via mare
La tradizione fa nascere questa razza ad Arkhangelsk, il porto russo affacciato sul Mar Bianco poco sotto il Circolo Polare, e da lì viene il vecchio nome inglese di archangel cat con cui i primi soggetti venivano presentati. TICA racconta che arrivarono in Europa occidentale sulle navi mercantili e che comparvero nelle esposizioni inglesi negli anni Ottanta dell’Ottocento. Non c’è nessun documento di allevamento prima di quel passaggio: come il certosino in Francia, il russo blu era una popolazione naturale prima di essere una razza registrata.
Nelle prime classi espositive i gatti blu venivano giudicati tutti insieme, senza distinzione di tipo, e il russo si trovava a competere con soggetti britannici molto più compatti e pesanti di lui. È una gara che perdeva regolarmente, per una ragione semplice: lo standard che veniva applicato non era il suo. La separazione fra i due tipi ha richiesto decenni ed è la radice storica della confusione fra razze blu che si trascina ancora oggi negli annunci di vendita.
La guerra, gli incroci e una razza ricostruita due volte
La seconda guerra mondiale ha quasi cancellato la popolazione europea. Per ricostruirla gli allevatori ricorsero a incroci con il british shorthair blu in Inghilterra e con il siamese, ed è documentato da TICA come passaggio obbligato per non perdere la razza. Il prezzo furono due tipi molto diversi: uno più pesante e rotondo di derivazione britannica, uno più snello e vocale di derivazione siamese, nessuno dei due somigliante ai gatti di partenza.
Il lavoro successivo è stato di sottrazione: togliere il tipo orientale, togliere la struttura da british, tornare a un gatto elegante ma silenzioso e con quel mantello particolare. Le linee inglesi e quelle scandinave, portate avanti separatamente, sono state poi combinate dagli allevatori americani, e la CFA fa risalire proprio a quell’incrocio fra sangue inglese e scandinavo il russo blu moderno. Chi oggi porta a casa un cucciolo eredita una razza ricostruita, non una popolazione sopravvissuta intatta.
Che cosa dicono oggi gli standard
La FIFe riconosce il russo blu con la sigla RUS dalla fondazione della federazione, nel 1949, e lo colloca in categoria 4, la stessa dei siamesi, degli orientali e dei rex: una scelta che dice molto sul tipo fisico voluto, cioè un corpo lungo ed elegante su gambe alte e sottili, non un gatto compatto. Lo standard chiede un mantello corto, denso e finissimo, che sta ritto come il peluche, e occhi verde vivo, grandi e a mandorla, ben distanziati.
Sul colore la regola è secca: blu uniforme, di tonalità da media a chiara, con un riflesso argentato distinto e visibile. La CFA lo spiega meglio di chiunque descrivendo i peli di giarra come nettamente argentati in punta, il che dà al gatto quella lucentezza metallica che nelle foto non si rende. In esposizione conta come è fatta la tessitura del pelo, non quanto è scuro il grigio: è la punta argentata a fare la razza.
Un gatto blu senza pedigree non è un russo blu
La conseguenza pratica di questa storia è che oggi il mercato è pieno di gatti grigi venduti come russo blu senza uno straccio di documento. Il colore non è una razza: un gatto blu con gli occhi verdi può essere un meticcio bellissimo e sanissimo, e va preso per quello che è: un bel gatto blu. Quello che non porta con sé è la parte che conta davvero, cioè la storia sanitaria delle due linee genitoriali, l’età dei riproduttori e le condizioni in cui è cresciuta la cucciolata.
Il pedigree rilasciato da un’associazione riconosciuta non è una garanzia di salute, è una tracciabilità: dice chi sono i genitori e permette di risalire indietro. Su questo si innesta tutto il resto, dai controlli veterinari all’aspettativa di vita reale di cui si parla in quanto vive un gatto. Le esigenze quotidiane invece non cambiano di una virgola fra un soggetto con carte e uno senza: una spazzola e pettine per gatti e una sessione di gioco al giorno servono a entrambi allo stesso modo.
Va detto anche che questa è una razza pensata per stare in casa, e che ci sta bene. Il corpo asciutto, la voce quasi assente e l’attaccamento a una routine stabile la rendono adatta all’appartamento più di molte altre, a patto di darle qualcosa su cui salire: un albero per gatti da 112 centimetri davanti a una finestra risolve metà del problema. Il resto delle indicazioni per organizzare gli spazi è in il gatto in appartamento.