Curiosità e aneddoti sul Serengeti

Foto: Shandris at English Wikipedia · Public domain · via Wikimedia Commons
Un nome africano per un gatto californiano
Il nome richiama la savana della Tanzania, ma la razza non ha nessun legame con l’Africa: è nata in California e discende da gatti domestici. È una scelta di marketing dichiarata fin dall’inizio, coerente con l’obiettivo del progetto, cioè ricreare l’aspetto del serval senza usarne il sangue. Il nome descrive un modello, non un’origine, e conviene saperlo perché è la prima fonte di equivoci negli annunci di vendita, oltre che il motivo per cui la razza viene spesso confusa con gli ibridi nelle ricerche online.
Il serval vero, Leptailurus serval, è un felide africano di taglia media con zampe lunghissime e orecchie enormi, che vive in savane umide e praterie e caccia roditori nell’erba alta. Il Serengeti gli somiglia nelle proporzioni e nel disegno del mantello, non nelle dimensioni: un maschio pesa fra i quattro e i sette chili, mentre un serval adulto può superare i dieci ed è un animale che nessuna casa può contenere. La somiglianza è di forma, non di taglia.
Orecchie grandi quanto la testa
Il dettaglio più caratteristico è misurabile: lo standard chiede orecchie molto grandi, arrotondate in punta e lunghe quanto la testa, che è una proporzione insolita fra i gatti domestici e la firma visiva della razza. Sono ereditate dal lato orientale e accentuate dalla selezione, insieme alle zampe alte e alla postura eretta che rende il gatto più slanciato di quanto il peso lasci immaginare. È una proporzione che si nota soprattutto nei cuccioli, dove le orecchie sembrano sproporzionate rispetto al resto del corpo.
Gli occhi seguono la stessa logica: grandi, rotondi e di colore che va dall’oro all’ambra. È utile ricordare che nel Serengeti sono ammesse anche varianti diverse dal classico maculato dorato, cioè argento, fumo e nero solido, e che un soggetto nero non è meno Serengeti degli altri: nelle razze maculate il colore uniforme viene spesso trattato come un difetto, anche quando lo standard lo prevede. Il mantello resta comunque corto, fitto e aderente in tutte le varianti, con una tessitura serica che riflette la luce e rende il disegno più netto.
La parte selvatica che c’è davvero, molto indietro
Dire che il Serengeti non ha sangue di serval è corretto, ma c’è una precisazione che rende il quadro completo. Il bengala, una delle due razze fondatrici, è stato costruito a partire dal gatto leopardo asiatico incrociato con razze domestiche, quindi una componente selvatica esiste nell’albero genealogico, semplicemente è lontana molte generazioni e diluita. Non ha effetti pratici sul comportamento né sulla gestione, ma è più onesto dirlo che tacerlo.
L’altra metà dell’albero è interamente domestica: l’orientale a pelo corto deriva dal siamese e dai gatti domestici a pelo corto, e porta con sé un temperamento estroverso e vocale. Il risultato è un gatto che si comporta esattamente come ci si aspetta da queste due origini, cioè attivo, comunicativo e attaccato alle persone, e non come un animale selvatico addomesticato. Chi cerca un gatto tranquillo e poco vocale dovrebbe quindi guardare altrove, perché questa componente del carattere pesa molto più dell’aspetto.
Perché non serve nessun permesso
Nei Paesi in cui gli ibridi con felidi selvatici sono soggetti a restrizioni, le prime generazioni di razze come il Savannah possono richiedere autorizzazioni o essere vietate. Il Serengeti resta fuori da tutto questo perché è un gatto domestico a tutti gli effetti, senza generazioni filiali da dichiarare. Anche in ambulatorio non richiede protocolli particolari: vaccinazioni, anestesia e terapie sono quelle di qualunque gatto. Vale la pena verificarlo comunque nel proprio Paese e nella propria regione, perché le norme sugli animali detenuti cambiano da uno Stato all’altro.
Questa è anche la risposta alla domanda più frequente su questa razza, cioè se sia adatta a una famiglia normale. Lo è, a una condizione che non riguarda i permessi ma il tempo: chiede attività, non spazio esotico. Servono un percorso in quota, per esempio un set di mensole da parete e un tunnel a terra, e due sessioni di gioco al giorno tutti i giorni, comprese le domeniche.