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Gattini e riproduzione del Serengeti

Serengeti maculato seduto con le orecchie grandi

Foto: Shandris at English Wikipedia · Public domain · via Wikimedia Commons

Una razza rara, e i rischi che questo comporta

Gli allevamenti di Serengeti nel mondo sono pochi, e questo cambia il modo in cui va fatta la ricerca. Le liste d’attesa sono lunghe, i trasferimenti spesso internazionali e la tentazione di accettare il primo cucciolo disponibile è forte. Proprio per questo la fretta è il fattore di rischio principale: chi vende gatti maculati generici spacciandoli per Serengeti conta esattamente su chi ha già deciso e non vuole aspettare altri sei mesi.

Il primo controllo riguarda i documenti: la razza è registrata da TICA, quindi il pedigree deve venire da lì e deve riportare la razza corretta anche per i genitori. Il secondo riguarda il linguaggio dell’annuncio: chi parla di ibrido, di sangue di serval o di generazioni F1 e F2 sta descrivendo un’altra cosa, perché nel Serengeti quel sangue non c’è. È il modo più rapido per capire che si sta parlando con la persona sbagliata.

I referti da chiedere e come leggerli

Poiché la razza deriva da bengala e orientale, i test sensati sono quelli documentati nelle razze fondatrici. Il deficit di piruvato chinasi e l’atrofia retinica PRA-b vengono dal lato bengala, l’atrofia retinica rdAc legata al gene CEP290 dal lato siamese e orientale, ed è presente anche nel bengala. Sono tutte condizioni autosomiche recessive, quindi il ragionamento è sempre lo stesso: due portatori non vanno mai accoppiati, mentre un portatore con un partner negativo non produce soggetti malati.

Questo significa che un allevamento serio non deve avere solo riproduttori negativi: può usare portatori, purché sappia cosa sta facendo e lo dichiari. I referti si chiedono in copia, con il nome del gatto sopra e la data, e si guardano prima di versare una caparra. A questi si aggiungono l’ecocardiografia dei riproduttori quando il veterinario la ritiene opportuna, il libretto sanitario con vaccinazioni e sverminazioni e, se disponibile, il gruppo sanguigno.

C’è poi una domanda che vale quanto i referti e che quasi nessuno fa: come sono impostati gli accoppiamenti e quali razze vengono ancora usate come partner. In una razza giovane l’apporto di bengala e orientali continua, e la risposta dice molto sulla direzione del programma di allevamento e su quali patologie restano rilevanti nelle generazioni successive. Un allevamento che risponde con precisione sta dicendo che ha un piano, e non soltanto una coppia di gatti disponibili in quel momento.

Cucciolata, parto e prime settimane

La gestazione del gatto dura circa nove settimane e il parto, nella maggioranza dei casi, non richiede assistenza. Questo non significa lasciare le cose al caso: il veterinario va allertato prima della data prevista e non durante, e serve un ambiente tranquillo, caldo e riparato, in un angolo poco frequentato della casa. Una cuccia nido morbida e lavabile funziona meglio di qualunque allestimento complicato, perché si lava spesso e non trattiene odori.

Nelle prime settimane il lavoro lo fa la madre e l’intervento umano serve soprattutto a misurare: pesare i gattini ogni giorno alla stessa ora è il modo più semplice per accorgersi in anticipo se qualcuno resta indietro. Il passaggio al cibo solido segue i tempi descritti in lo svezzamento del gattino, senza forzature e senza anticipare la cessione per liberare spazio. L’età minima ragionevole resta quella delle undici o dodici settimane, cioè il tempo che serve alla madre per completare il proprio lavoro.

Quando arriva a casa

La finestra sensibile per la socializzazione del gatto si chiude presto, molto prima che nel cane, e un gattino cresciuto in un box separato invece che in casa resta timoroso da adulto. In una razza attiva e curiosa questo si traduce in un animale che sfrutta male tutta la sua energia, quindi vale la pena chiedere dove crescono le cucciolate e con che cosa hanno avuto contatto: i passaggi utili sono elencati in la socializzazione del gattino.

Nei primi giorni conviene limitare lo spazio a una stanza con tutte le risorse e allargarlo gradualmente, tenendo la lettiera lontana dalla ciotola e usando all’inizio lo stesso substrato dell’allevamento. Un trasportino morbido con una coperta dentro va bene per il trasferimento di un cucciolo, ma servirà comunque un modello rigido di taglia adulta entro il primo anno, quando le visite diventano più frequenti e più lunghe. Nei primi giorni conviene fissare subito gli orari dei pasti, perché la prevedibilità riduce le richieste vocali di una razza già portata a parlare.

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