Cura del pelo e salute del Serengeti

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Un mantello corto che chiede poco
Il pelo del Serengeti è corto, fitto e serico, con macchie nette su fondo dorato oppure nelle varianti argento, fumo e nero solido. La manutenzione è la più semplice che una razza possa chiedere: una spazzolata alla settimana con un set pettine e spazzola per gatti toglie il pelo morto e riduce la quantità che finisce nello stomaco durante la toelettatura. Nessun nodo, nessuna toelettatura professionale, nessuna zona critica da controllare ogni giorno.
Quella mezz’ora al mese serve però a un’altra cosa, più utile della pulizia: passare le mani su tutto il corpo permette di trovare noduli, croste, zone dolenti e parassiti settimana dopo settimana. Una perdita di pelo stagionale è normale, una caduta a chiazze o accompagnata da croste non lo è, e le cause sono le stesse in tutte le razze: la casistica è raccolta in perché il gatto perde il pelo.
Una razza giovane: assenza di dati non è assenza di rischio
Sul Serengeti si legge quasi ovunque che è una razza sana e senza patologie note. La frase va letta per quello che è: la razza è recente, la popolazione è piccola e non esistono studi epidemiologici dedicati, quindi non c’è nulla da riportare. Non sapere non è la stessa cosa che sapere, e un allevamento che usa quella formula per evitare i test sta scambiando la mancanza di dati per una garanzia.
L’approccio corretto è un altro e non richiede fantasia: si guarda che cosa è documentato nelle razze fondatrici, perché è da lì che arrivano i geni. Nel caso del Serengeti significa mettere insieme quello che si sa del bengala e quello che si sa del gruppo siamese e orientale, e chiedere a chi alleva i test corrispondenti. Sono esami di laboratorio ordinari, disponibili da anni e con esiti chiari da leggere.
Le voci che arrivano dal bengala
La prima è il deficit di piruvato chinasi, una carenza enzimatica che rende instabili i globuli rossi e provoca anemia intermittente, con letargia, debolezza, calo di peso e ittero, a esordio molto variabile. La trasmissione è autosomica recessiva e la UC Davis raccomanda il test nel bengala insieme ad altre dodici razze: bastano due portatori accoppiati fra loro perché nasca un soggetto malato, mentre un portatore usato con un partner negativo non produce nessun animale colpito.
La seconda è l’atrofia progressiva della retina in forma PRA-b, una variante che la UC Davis descrive come comparsa nel bengala e presente anche nelle razze costruite a partire da lui. È recessiva anche questa: la perdita delle cellule retiniche comincia attorno alle sette settimane di vita e la vista risulta gravemente compromessa verso i due anni. Un gatto cieco per PRA non ha dolore, ma è una condizione senza terapia e si previene soltanto con il test dei riproduttori.
Le voci che arrivano dall’orientale, e il cuore
Dal lato siamese e orientale arriva l’atrofia retinica in forma rdAc, legata al gene CEP290: la degenerazione è rilevabile all’elettroretinogramma attorno ai sette mesi e la maggior parte dei gatti colpiti diventa cieca fra i tre e i cinque anni. La UC Davis segnala che la frequenza della mutazione nel siamese è alta, attorno a un terzo dei soggetti, e che la variante è presente in molte razze imparentate, orientale a pelo corto e bengala compresi.
Sempre da quel lato è descritta l’amiloidosi familiare, una malattia da deposito che colpisce fegato e reni ed è documentata in linee di siamesi e orientali; per questa non esiste ancora un test genetico di routine, quindi contano l’anamnesi delle linee e i controlli. Resta infine il cuore: la cardiomiopatia ipertrofica è la malattia cardiaca più comune del gatto secondo il Cornell Feline Health Center, si diagnostica con l’ecocardiografia e non con l’auscultazione, e nei riproduttori va cercata prima che compaiano i sintomi.
Per il gatto che vive in casa il programma è semplice: controlli annuali che diventano semestrali dopo i sette anni, peso sotto controllo, vaccinazioni aggiornate e attenzione all’idratazione, che in un gatto alimentato a secco è insufficiente più spesso di quanto sembri. Una fontanella da 2,5 litri aiuta i soggetti che preferiscono l’acqua corrente, e i segnali urinari da non ignorare sono elencati in la cistite del gatto. Vale la pena pesare il gatto una volta al mese e annotare il dato, perché in un animale snello un calo di mezzo chilo passa inosservato per settimane.