Alimentazione e fabbisogni nutrizionali del Serengeti

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Mangia come un gatto domestico, perché lo è
Attorno alle razze dall’aspetto selvatico circola un’idea sbagliata e costosa, cioè che abbiano bisogno di diete speciali a base di carne cruda o di alimenti pensati per i felidi non domestici. Nel Serengeti non c’è nessun antenato selvatico recente, quindi l’apparato digerente è quello di un gatto qualunque. Valgono le stesse regole di tutti: un alimento completo e bilanciato, quantità misurate e nessuna integrazione fai da te decisa in autonomia.
Il fabbisogno segue il peso e l’attività, non il nome della razza, e in questo caso l’attività è alta: un adulto che corre e salta tutto il giorno consuma più di un gatto sedentario dello stesso peso. Il metodo resta quello di sempre, cioè pesare l’animale una volta al mese sulla stessa bilancia e correggere del dieci per cento alla volta. I criteri completi, con le fasce di età, sono in quanto deve mangiare un gatto.
Acqua e umido: la parte che si dimentica
Il gatto è un animale che beve poco e che in natura ricava l’acqua dalla preda, quindi una dieta di sole crocchette lo obbliga a compensare bevendo, cosa che molti soggetti fanno male. Aumentare la quota di umido resta il modo più efficace di idratarlo, e il confronto onesto fra i due formati, con i pro e i contro reali, è in crocchette o umido per il gatto.
Sulle ciotole dell’acqua contano il numero e la posizione più della forma: lontano dal cibo, lontano dalla lettiera, distribuite in stanze diverse e riempite ogni giorno. Molti gatti attivi bevono più volentieri da una superficie in movimento, e in quel caso una fontanella aumenta davvero le occasioni durante la giornata. Il criterio di scelta è lo smontaggio: quanti pezzi si lavano davvero e quanto costano i filtri, non i litri dichiarati sulla scatola.
Un gatto magro non è un gatto sottopeso
La struttura del Serengeti è lunga e leggera, con ossatura fine e zampe alte, e questo confonde chi arriva da razze più compatte. Un soggetto in forma sembra magro, e la tentazione di aumentare le porzioni è forte. Il controllo si fa con le mani: le coste devono essere palpabili sotto una copertura sottile, la vita visibile dall’alto e il profilo laterale non convesso. Il metro è la condizione corporea, non l’impressione che dà il gatto in piedi.
Il rischio opposto arriva più tardi, di solito dopo la sterilizzazione, che riduce il fabbisogno in modo misurabile e va accompagnata da una riduzione della quantità. In una razza atletica il sovrappeso si nota tardi perché il gatto continua a muoversi, e le conseguenze sono quelle descritte in il gatto grasso: diabete, problemi articolari e una vita più corta. Conviene fissare con il veterinario un peso di riferimento a fine crescita e usarlo come termine di paragone negli anni successivi.
Distribuire il cibo invece di riempire la ciotola
In un gatto con questo livello di attività la ciotola sempre piena è la soluzione peggiore, perché somma noia e calorie. Conviene dividere la razione in due o tre pasti misurati e spostarne una parte su oggetti che obblighino a lavorare: crocchette nascoste in giro per casa, scatole con i buchi, tappetini olfattivi improvvisati. Il cibo diventa così un’attività, e non solo un rifornimento, in una giornata che altrimenti sarebbe vuota.
Una palla interattiva che rilascia crocchette funziona bene per la stessa ragione, purché resti un complemento e non un sostituto delle sessioni con la persona. Anche i bocconcini usati nell’addestramento vanno scalati dalla razione, mentre come rinforzo alternativo funzionano bene pochi secondi di gioco o qualche foglia di erba gatta a fine sessione, che non pesa sul bilancio calorico della giornata. Anche il momento ha la sua importanza: un piccolo pasto subito dopo la sessione di gioco chiude la sequenza e favorisce il riposo che segue.