Origine e storia del Burmese

Foto: Jgroland2 · CC BY-SA 3.0 · via Wikimedia Commons
Wong Mau, 1930: una gatta bruna sbarcata a San Francisco
La razza moderna discende in larga parte da un solo animale. Nel 1930 il dottor Joseph Thompson porta a San Francisco una gatta piccola e di colore bruno scuro, chiamata Wong Mau, arrivata dal sud-est asiatico. Non esistendo altri soggetti simili con cui accoppiarla, viene fatta riprodurre con un siamese seal point, e la discendenza mostra tre tipi diversi di gattini: siamesi classici, soggetti bruni con estremità più scure e soggetti bruni uniformi. Solo l’ultimo gruppo si dimostra geneticamente stabile, e da quello nasce il burmese.
La Cat Fanciers’ Association comincia a registrare i primi burmese nel 1936, ma il percorso non è lineare. L’uso ripetuto del siamese per allargare la base genetica porta alla sospensione della registrazione, revocata solo nel 1954, e lo status di campionato arriva nel 1959. È una storia che gli annunci di vendita non raccontano mai, eppure spiega due cose concrete: perché il carattere del burmese assomigli tanto a quello delle razze orientali, e perché il patrimonio genetico della razza sia più stretto di quanto la diffusione attuale faccia pensare.
Due strade dal 1949: tipo americano e tipo europeo
Nel 1949 i primi burmese americani arrivano in Inghilterra, e da lì la razza prende una direzione diversa. Gli allevatori britannici selezionano un animale più moderato, con corpo di lunghezza media, profilo meno schiacciato e una tavolozza di colori molto più ampia. La CFA ha finito per riconoscere quel tipo come razza a sé, lo European Burmese, ammesso alla registrazione nel 1993 e al campionato nel 2002. Sono due standard distinti, non due varianti dello stesso, e le due popolazioni vengono allevate separatamente.
La differenza si vede a occhio nudo. Il burmese americano, detto contemporaneo, è compatto e tondeggiante: testa rotonda, muso corto e largo, ossatura pesante, quattro colori ammessi dalla CFA, cioè sable, champagne, blu e platino. Lo European Burmese resta più moderato nelle proporzioni e arriva a dieci colori riconosciuti. Il mantello, in entrambi i casi, è corto, fine, serico e aderente al corpo, e si mantiene con una passata settimanale di una spazzola morbida per pelo corto, senza bisogno di altro.
Perché la divisione delle linee conta ancora oggi
Le due popolazioni sono tenute separate da circa mezzo secolo, e la conseguenza non è solo estetica. Le ricerche epidemiologiche sul diabete felino hanno trovato un rischio molto alto nei burmese di linea europea e australiana, mentre negli Stati Uniti lo stesso aumento non è stato confermato: è uno dei motivi per cui i ricercatori trattano le due linee come sottopopolazioni distinte. Nella direzione opposta, la deformità cranica del burmese è frequente proprio nelle linee contemporanee americane e molto meno altrove.
Per chi compra in Italia la domanda utile diventa una sola: da quale linea viene questo gattino. Non è una curiosità da appassionati, perché cambia l’elenco dei test che ha senso pretendere dall’allevamento e cambia il profilo di rischio dell’animale per tutta la vita. Il quadro generale della malattia più rilevante per la razza è riassunto in il diabete del gatto, e conviene leggerlo prima di firmare, non dopo la prima glicemia alta trovata per caso a otto anni.
Che cosa è rimasto del gatto di partenza
Il tratto più visibile è il colore. Il burmese porta il mantello sepia, una forma attenuata dello stesso meccanismo che produce le maschere del siamese: l’enzima che fabbrica il pigmento lavora meglio dove la pelle è più fredda, quindi muso, orecchie, zampe e coda restano leggermente più scuri del corpo. Nei gattini il colore è più chiaro e si completa nei mesi, e anche negli adulti la tonalità può cambiare con la stagione. Il colore dipende dalla temperatura della pelle, non dall’età o dall’alimentazione.
L’altro tratto è la struttura. La CFA descrive un gatto di taglia media ma con ossatura sostanziale, e segnala che un maschio maturo può superare i cinque chili: preso in braccio pesa sempre più di quanto la sagoma faccia prevedere. È un gatto da interni, molto legato alle persone, che cerca costantemente le fonti di calore perché il mantello è sottile e senza sottopelo: un’amaca da termosifone viene occupata il primo giorno. Il resto della gestione è quello di il gatto in appartamento.