Maobau

Cura del pelo e salute del Burmese

Burmese bruno seduto su una pietra in giardino

Foto: Jgroland2 · CC BY-SA 3.0 · via Wikimedia Commons

Un mantello che chiede pochissimo

Il pelo del burmese è corto, fine, di tessitura serica e aderente al corpo, senza sottopelo apprezzabile. In termini di manutenzione è fra i più semplici che esistano: una passata settimanale con una spazzola morbida per pelo corto o con un guanto in gomma toglie il pelo morto e distribuisce il sebo, e non serve altro. Non ci sono nodi da sciogliere, non c’è culotte da controllare e la muta stagionale è modesta rispetto a quella di un gatto a pelo semilungo.

Quello che va guardato è la pelle sotto. Con una copertura così sottile croste, chiazze e arrossamenti si vedono subito, ed è un vantaggio: un problema dermatologico viene notato settimane prima che in un gatto molto peloso. Una perdita di pelo a chiazze, con prurito o croste, non è mai una fase stagionale e va vista dal veterinario, per le ragioni elencate in perché il gatto perde il pelo. Un mantello povero è spesso un sintomo, non un problema estetico a sé.

Il diabete mellito: la voce più importante del libretto

È la questione sanitaria centrale della razza e va detta con i numeri. Uno studio pubblicato sul Journal of Veterinary Internal Medicine su oltre cinquecentomila gatti assicurati in Svezia fra il 2009 e il 2013 ha misurato un’incidenza complessiva di 11,6 casi ogni 10.000 gatti-anno a rischio; nel burmese il valore saliva a 48,8 contro i 12,1 dei gatti domestici, con un rapporto di incidenza pari a 5,2 rispetto agli altri gatti di razza. Il rischio è circa cinque volte la media, e non è un’impressione di allevatori.

Il dato regge anche altrove. In Australia i burmese risultano circa quattro volte più esposti dei gatti domestici, e l’analisi genetica descrive una trasmissione poligenica, con più loci coinvolti nella funzione delle cellule beta e nel metabolismo dei lipidi, non un singolo gene per cui esista un test. Negli Stati Uniti lo stesso aumento non è stato confermato, e la spiegazione più accreditata è che le linee americane e quelle europee e australiane siano separate da circa il 1970 e costituiscano popolazioni diverse.

In pratica significa sorvegliare i segnali per tutta la vita del gatto, senza aspettare la vecchiaia. I primi sono sempre gli stessi: beve molto più del solito e urina di più, dimagrisce pur mangiando con appetito, e nei casi avanzati compare un’andatura plantigrada, con i garretti che toccano terra. Il quadro completo, insulina, dieta a basso tenore di carboidrati e possibilità di remissione, è in il diabete del gatto, mentre la soglia oltre cui il bere diventa sospetto è in il gatto beve troppo.

Ipokaliemia familiare: un test genetico che chiude la questione

È la seconda patologia da conoscere, e ha il vantaggio di essere completamente evitabile. La forma ereditaria del burmese dipende da una mutazione nonsense del gene WNK4 e si trasmette come carattere autosomico recessivo: serve una doppia copia perché il gatto sia malato, mentre il portatore con una sola copia è sano e non mostra nulla. I segni compaiono di solito fra i due e i sei mesi, a episodi, e possono essere scatenati da stress, esercizio o freddo.

Il quadro clinico è riconoscibile: debolezza muscolare a crisi, testa che oscilla, andatura rigida e soprattutto ventroflessione del collo, cioè il gatto che non riesce a tenere il muso sollevato. Il potassio nel sangue scende sotto i valori normali durante l’episodio, la diagnosi si fa con un semplice prelievo e la terapia è l’integrazione di potassio. Non è una condanna, ma non va confusa con un capriccio: senza diagnosi le crisi si ripetono e possono diventare gravi. Fra i fattori scatenanti c’è anche il freddo, e in una razza senza sottopelo tenere un’amaca da termosifone in una stanza tiepida toglie almeno quella variabile.

Il laboratorio di genetica veterinaria della UC Davis offre il test per burmese, european burmese, bombay, burmilla, tonkinese, australian mist e altre razze imparentate, con tre esiti possibili: normale, portatore, affetto. La frequenza stimata dell’allele malato nelle popolazioni non statunitensi è intorno al quindici per cento, quindi i portatori non sono rari. Basta non accoppiare mai due portatori perché non nascano gattini malati: è una malattia che si elimina in una generazione, e infatti un allevamento serio la testa senza che tu debba chiederlo.

La deformità cranica del burmese e la gangliosidosi GM2

La terza voce è la più delicata perché tocca lo standard. La deformità cranica del burmese, o head defect, dipende da una delezione di dodici basi nel gene ALX1 e si trasmette in modo codominante: chi ha una sola copia della variante mostra un muso più corto e una testa più raccolta, cioè proprio il tipo premiato in esposizione, mentre i gattini con due copie non sono compatibili con la vita e nascono con malformazioni craniofacciali gravissime.

La variante è comune nelle linee contemporanee americane e molto meno in quelle europee. Il test UC Davis esiste ed è disponibile anche per bombay, burmilla, european burmese, tonkinese e australian mist, e permette una regola semplice: un portatore si accoppia solo con un soggetto negativo, mai con un altro portatore. Detta così sembra tecnica, ma è una questione concreta di benessere: il difetto compare alla nascita e non lascia alternative, e chi alleva senza testare lo scopre sui gattini invece che sul referto.

Alla lista va aggiunta la gangliosidosi GM2, una malattia da accumulo dovuta a una delezione nel gene HEXB, autosomica recessiva. I gattini colpiti stanno bene fino a sei o otto settimane, poi cominciano tremori, incoordinazione e una perdita progressiva della capacità di camminare e di mangiare; l’esito è infausto. Anche qui il test esiste e i portatori sono tutt’altro che rari fra i soggetti testati, quindi la sola regola che serve è quella di sempre: mai far riprodurre due portatori fra loro.

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