Origine e storia del Singapura

Foto: Squeezeweasel (Wikipedia English) · CC BY-SA 2.5 · via Wikimedia Commons
I gatti di Singapore, il 1975 e la versione ufficiale
La storia che si trova su tutti i depliant comincia con una coppia americana, Hal e Tommy Meadow, che nel 1975 porta negli Stati Uniti alcuni piccoli gatti bruni raccolti a Singapore. La Cat Fanciers’ Association li accetta a registrazione nel 1981 e concede lo status di campionato nel 1988. Il tipo era già definito e non è più cambiato: un gatto minuto, con mantello sepia agouti ticked, orecchie grandi e occhi enormi. Il nome della razza è quello della città, scritto in malese.
Nell’isola questi gatti vengono chiamati Kucinta, che vale più o meno «quello che amo», e la loro immagine è diventata un simbolo turistico. Il mantello descritto dallo standard CFA è corto, fine, serico e aderente al corpo, con ogni pelo che porta almeno due bande di ticking scuro separate da bande chiare su un fondo avorio caldo. Basta un pettine fitto con spazzola morbida una volta alla settimana per togliere il pelo morto: la manutenzione non è mai stata l’argomento discusso di questa razza.
Il 1987, i documenti di importazione e l’inchiesta della CFA
Nel 1987 emergono i documenti doganali dei gatti fondatori, e raccontano il contrario della versione ufficiale: quei soggetti erano stati portati a Singapore dagli Stati Uniti nel 1974, non il viceversa. La questione diventa pubblica nel 1990, quando la giornalista Sandra Davie ne scrive sullo Straits Times mentre l’ente per il turismo di Singapore sta per adottare la razza come mascotte nazionale. La cronologia dei documenti non tornava, e un club di razza chiede formalmente alla CFA di aprire un’indagine.
Durante l’inchiesta Hal Meadow fornisce una seconda versione: i tre gatti fondatori sarebbero nipoti di quattro gatti locali che lui stesso aveva spedito negli Stati Uniti nel 1971, durante un viaggio di lavoro di cui all’epoca non poteva parlare. La CFA conclude senza sanzioni e la razza resta a standard. La frase con cui Joan Miller riassunse la decisione è rimasta famosa e vale come chiave di lettura: che si siano accoppiati per le strade di Singapore o in Michigan, alla fine cambia poco per il gatto che ne è uscito.
Che cosa dice il DNA, senza fare processi
Il dato genetico è arrivato dopo, ed è più informativo delle testimonianze. L’ampio confronto fra razze e popolazioni di gatti liberi pubblicato dal gruppo di Leslie Lyons ha trovato pochissime differenze genetiche fra Singapura e burmese, e ha collocato il Singapura fra le razze con la diversità più bassa dell’intero campione. La genetista felina indica proprio burmese, Singapura e Havana Brown come le razze consolidate con la diversità genetica più bassa misurata. Il mantello ticked, del resto, rimanda all’abissino tanto quanto il sepia rimanda al burmese.
Detto con onestà: le prove disponibili indicano una razza nata negli Stati Uniti da poche linee di gatti orientali, non una popolazione di strada riprodotta tale e quale. Questo non toglie nulla al gatto che compri oggi e non aggiunge nulla al suo valore. Cambia però il modo di leggere la sua salute e la sua aspettativa di vita, che dipende da come è stata selezionata la linea: i dati affidabili su quanto vive un gatto vengono dalle casistiche veterinarie, non dagli annunci di vendita.
Kucinta, il monumento vivente e le nuove importazioni
Nel 1991 il governo di Singapore riconosce comunque il gatto come tesoro nazionale vivente e ne fa un’icona turistica: le statue in bronzo dei Kucinta stanno ancora oggi lungo il fiume, all’altezza di Cavenagh Bridge. È un caso raro di razza che diventa simbolo di un paese pur avendo una storia discussa alle spalle. In Europa il Singapura è riconosciuto dalla FIFe fra le razze a pelo corto della terza categoria, mentre in Italia i soggetti in circolazione restano pochissimi e quasi sempre di importazione.
La novità più utile degli ultimi anni è però un’altra: dal 2017 alcuni allevatori TICA hanno introdotto femmine fondatrici non imparentate provenienti da Singapore, con autorizzazione del governo locale e certificazioni sanitarie, proprio per allargare un pool genetico troppo stretto. È il lavoro che conta più della leggenda. Chi porta a casa un gatto così deve ragionare in verticale, perché è un animale che vive in alto: un albero per gatti da 112 centimetri è già una struttura adeguata per un adulto che pesa meno di tre chili, e vale quello che vale in generale per il gatto in appartamento.