Origine e storia dello Snowshoe

Foto: Heikki Siltala · CC BY 3.0 · via Wikimedia Commons
Tre gattini con i piedi bianchi in una cucciolata di siamesi
La razza comincia negli anni Sessanta a Filadelfia, quando l’allevatrice Dorothy Hinds-Daugherty trova nella cucciolata della sua gatta siamese tre gattini con le quattro zampe bianche. Nel siamese il bianco è un difetto che lo standard non ammette da nessuna parte, e in un allevamento qualunque quei gattini sarebbero stati venduti come soggetti da compagnia. Da uno scarto di razza nasce una razza: Hinds-Daugherty decide che quella combinazione di colourpoint e calzini bianchi le piace e prova a fissarla.
Il primo nome scelto è Silver Laces, poi abbandonato in favore di Snowshoe, cioè scarpa da neve, che descrive esattamente quello che si vede. Il progetto non parte dal nulla: per ottenere il bianco in modo stabile la fondatrice incrocia i siamesi con american shorthair bicolori, cioè gatti che il bianco lo hanno già e lo trasmettono. È una razza costruita, con due componenti dichiarate, e la sua storia è breve e documentata quanto quella di poche altre.
Da dove viene il bianco, e perché non è un dettaglio
L’american shorthair bicolore porta il fattore del bianco a macchie, quello che negli allevamenti si chiama white spotting: un gene dominante che toglie pigmento in aree variabili del corpo partendo dalle estremità inferiori. Il siamese porta invece il colourpoint, che concentra il colore su maschera, orecchie, zampe e coda. Lo snowshoe è la somma delle due cose, ed è una somma difficile: i due caratteri non si ereditano insieme, si combinano a ogni cucciolata in modo diverso.
La differenza rispetto ad altre razze bicolori sta proprio qui. In un gatto a colore pieno una macchia bianca in più o in meno cambia poco; in uno snowshoe il bianco deve fermarsi esattamente sulle zampe e disegnare sul muso una V rovesciata, sopra un mantello che ha già il suo disegno di colore. La probabilità che tutto cada al posto giusto è bassa, ed è la ragione tecnica per cui la razza è rimasta rara mentre altre nate negli stessi anni si sono diffuse.
Vikki Olander e il rischio di sparire
Quando Hinds-Daugherty lascia l’allevamento, il programma passa a Vikki Olander, che scrive il primo standard di razza e ottiene nel 1974 lo status di razza sperimentale dalla Cat Fanciers Federation e dall’American Cat Association. Nel 1977 Olander risulta l’unica allevatrice di snowshoe rimasta negli Stati Uniti, e la razza esiste in pratica in una sola casa. È il punto in cui poteva finire tutto, e non è finita perché altri due allevatori, Jim Hoffman e Georgia Kuhnell, sono subentrati.
Da lì il percorso si normalizza: campionato con la CFF nel 1983, con l’ACFA nel 1990, e riconoscimento TICA come razza da campionato nel 1994. In Europa la FIFe la colloca nella terza categoria, quella dei gatti a pelo corto, mentre la CFA non l’ha ancora accolta in campionato. Chi compra in Italia si trova quindi davanti a pedigree emessi da enti diversi, ed è la prima cosa da chiarire, insieme ai test fatti sui riproduttori.
Una razza ancora rara, e che cosa significa per chi compra
Il regolamento britannico del GCCF elenca gli incroci ammessi e dice molto sulla struttura genetica della razza: siamese, oriental bicolour colourpoint, british shorthair non silver e non smoke, british colourpoint and white, e gatti domestici a pelo corto solo a partire dalla quarta generazione. È una lista che serve a mantenere varietà genetica in una popolazione piccola, e spiega perché due snowshoe possono avere una struttura corporea sensibilmente diversa a seconda della linea da cui vengono.
Per chi cerca un cucciolo la rarità ha due conseguenze pratiche. La prima sono le liste d’attesa e la necessità, spesso, di guardare fuori dall’Italia. La seconda è che il termine snowshoe viene usato negli annunci per qualunque gatto colourpoint con le zampe bianche, e un gatto così può nascere in qualsiasi cucciolata di meticci. Senza genealogia non si compra una razza, si compra un aspetto, e per il gatto quello che conta arriva dopo, a partire da un tiragraffi stabile e dalla vita descritta in il gatto in appartamento.
Vale la pena chiudere con una nota sul mantello, perché è la parte che si cura e non si sceglie. Il pelo è corto, aderente e senza sottopelo lanoso, quindi la manutenzione è minima: una passata settimanale con una spazzola morbida o un guanto in gomma basta a togliere il pelo morto. È un gatto che si sporca poco e che non richiede toelettatura, e le poche attenzioni servono più a controllare la pelle che a sistemare il pelo, con l’aumento stagionale della muta che si gestisce come in perché il gatto perde il pelo.