Origine e storia dello York Chocolate

Foto: Nickstein00 · Pubblico dominio · via Wikimedia Commons
Una gatta di fattoria nata nel 1983
La storia comincia in una fattoria di capre a Grafton, nello Stato di New York, dove Janet Chiefari teneva alcuni gatti che vivevano fra la stalla e la casa. Nel 1983 nasce una femmina di colore cioccolato, chiamata Brownie: la madre era una domestica a pelo lungo bicolore bianca e nera, il padre un domestico a pelo lungo nero solido. Nessuno dei due genitori era cioccolato, il che indica che entrambi portavano nascosto lo stesso carattere recessivo.
Chiefari nota che i gatti della sua fattoria si somigliano per tipo e per struttura del pelo e decide di lavorarci sopra, tenendo i soggetti che le interessano e registrando le nascite. È l’origine più comune per una razza felina americana degli anni Ottanta: non un progetto di laboratorio, ma un allevamento domestico costruito attorno a un colore inatteso. La differenza fra un esperimento e una razza sta tutta in quello che succede nelle generazioni successive.
1985: la razza nasce da un accoppiamento fra parenti stretti
Nel 1985 Brownie viene accoppiata con il fratellastro e con il figlio, e da quegli accoppiamenti nascono i primi gattini cioccolato che formano la base della razza. È il metodo classico per fissare un carattere recessivo, perché imparentare i soggetti aumenta le probabilità di ottenere due copie dello stesso gene, ma ha un costo che va detto: la popolazione di partenza si restringe a pochissimi individui e tutti i discendenti condividono gli stessi geni, quelli buoni e quelli meno.
Nel 1990 compare anche la forma diluita del cioccolato, cioè il lilla, descritta come una tonalità calda e profonda. I gattini nascono più chiari e il colore si completa più tardi, intorno ai dodici o diciotto mesi, motivo per cui le foto dei cuccioli assomigliano poco agli adulti. Il nome della razza viene dallo Stato in cui è nata e dal colore che la definisce: due elementi che, messi insieme, hanno funzionato molto bene come richiamo commerciale.
I riconoscimenti: CFF, CCA e WCF
Il percorso ufficiale è documentato e vale la pena leggerlo per intero, perché racconta una razza rimasta sempre ai margini. Nel marzo del 1990 la Cat Fanciers’ Federation, associazione del New England, accetta lo York Chocolate come razza sperimentale, e nel maggio del 1993 pubblica uno standard. Nel marzo del 1995 la Canadian Cat Association le avrebbe concesso lo status di campionato, mentre nell’agosto del 2002 arriva il riconoscimento della World Cat Federation, che la registra semplicemente come York.
Le federazioni più grandi non l’hanno mai riconosciuta: non compare fra le razze FIFe, non è nell’elenco TICA e non è ammessa dalla CFA. Per chi vive in Italia questo significa che la razza non esiste nel circuito espositivo più diffuso e che non ci sono allevamenti affiliati a cui rivolgersi. Il riconoscimento certifica uno standard scritto, non la salute dei singoli soggetti, ma la sua assenza dice comunque quanto poco la razza si sia diffusa.
2016: l’ultima allevatrice chiude
La parabola si è chiusa in fretta. Nel 2016 l’ultima allevatrice rimasta, Debbie Reber, ha interrotto il proprio programma di riproduzione, e da allora non risulta nessuna attività organizzata. Oggi la razza viene descritta come presente in numeri estremamente ridotti o estinta, e non è noto se esistano ancora soggetti interi in grado di riprodursi. È una conclusione insolita da leggere in una scheda di razza, ma è l’informazione più utile per chi sta cercando questo gatto.
La conseguenza pratica è netta: un annuncio che oggi propone gattini di York Chocolate va guardato con molto scetticismo, perché quasi certamente si tratta di gatti cioccolato senza alcuna genealogia registrata. Non è detto che siano gatti peggiori, anzi, ma non sono quella razza e non ne giustificano il prezzo. Chi cerca un gatto semilungo di colore caldo lo trova facilmente in rifugio, e una struttura come un albero per gatti da 112 centimetri gli servirà comunque, come vale per il gatto in appartamento in generale.
Vale anche la pena diffidare delle medie di longevità che compaiono negli annunci: sono stime di allevamento, e in una razza mai diffusa non esistono casistiche abbastanza ampie per calcolarle. I numeri affidabili sulla durata della vita del gatto vengono dalle statistiche veterinarie raccolte in quanto vive un gatto, che valgono per qualunque soggetto. Una passata settimanale con un pettine per pelo semilungo incide sulla qualità di quella vita molto più del nome della razza.