Origine e storia del Persiano

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Dal Levante all’Europa: la rotta di Pietro della Valle
La storia documentata del persiano comincia con un viaggiatore. La Cat Fanciers’ Association attribuisce a Pietro della Valle, mercante e viaggiatore italiano, l’introduzione in Europa occidentale di gatti a pelo lungo portati dalla Persia al ritorno dai suoi viaggi, nel 1626. Da lì il tipo si diffonde nelle corti e nei salotti europei, dove viene incrociato con gli angora turchi per ottenere un animale più solido, dal muso più corto e dal pelo denso e serico. Il persiano nasce da una selezione europea, non da una popolazione naturale.
Quello che arriva in Italia e in Inghilterra nel Seicento non somiglia molto al gatto che oggi si vede in esposizione. Il muso era più lungo, il corpo meno raccolto, il pelo abbondante ma non ancora così lungo. Le tappe successive sono tutte europee e tutte volontarie: ogni generazione ha spinto un po’ più in là gli stessi caratteri, la testa rotonda, il naso corto, la struttura compatta. Capire questo passaggio serve a leggere con occhi diversi i problemi di salute della razza.
Crystal Palace 1871: il gatto che inventa le esposizioni
La prima esposizione felina organizzata si tiene al Crystal Palace di Londra nel 1871, e i persiani sono fra i protagonisti: lo ricorda la stessa FIFe nel profilo di razza. È un momento fondativo per due motivi. Da un lato nasce l’idea moderna di razza felina, con standard scritti e giudizi comparativi; dall’altro il persiano diventa il termine di paragone estetico su cui si misurano tutte le altre razze a pelo lungo, ruolo che manterrà per oltre un secolo.
Il successo è immediato e travolgente. Fra Ottocento e primo Novecento il persiano domina le mostre e i registri, tanto che quando nel 1906 nasce la Cat Fanciers’ Association è una delle sei razze fondatrici. La FIFe lo riconosce alla propria fondazione, nel 1949. Nessuna razza ha una storia espositiva più lunga, e questo spiega anche perché su nessun’altra si sia accumulata una pressione selettiva altrettanto forte sull’aspetto della testa.
Che cosa dice oggi lo standard
Lo standard CFA assegna trenta punti su cento alla testa, che deve essere rotonda e massiccia, con grande ampiezza di cranio, collo corto e spesso. Il naso è descritto corto, camuso e largo, con lo stop centrato fra gli occhi; di profilo fronte, naso e mento devono apparire allineati verticalmente. Il corpo è cobby, cioè raccolto, con zampe corte e torace ampio, e il mantello lungo e spesso deve staccarsi dal corpo. La FIFe conta oltre quattrocento varietà di colore riconosciute. Un pelo di quel tipo non si mantiene da solo: serve un pettine metallico a denti alternati fin dalla prima settimana in casa.
Nello stesso documento compaiono però due frasi che vale la pena leggere per intero. La prima è un requisito: le narici devono essere sufficientemente aperte da permettere al gatto di respirare senza restrizione. La seconda è una squalifica: tartufo posizionato sopra la linea superiore dell’occhio aperto. Sono i due punti in cui lo standard prova a mettere un limite all’accorciamento del muso, ed è da lì che parte tutto il discorso sulla brachicefalia.
Una razza che resta in cima alle classifiche
Nella classifica delle razze più registrate pubblicata dalla CFA per il 2026 il persiano è al terzo posto, dietro a Maine Coon e ragdoll. Non è più il dominatore assoluto di un secolo fa, ma resta uno dei gatti di razza più diffusi al mondo, e in Italia ha una presenza storica importante. La popolarità porta con sé un mercato ampio, e con esso allevamenti molto diversi fra loro per serietà: la differenza si misura sui test sanitari, non sul prezzo.
Chi lo sceglie oggi lo sceglie quasi sempre per la casa. È un gatto costruito per stare dentro, poco atletico, che vive bene in spazi contenuti purché organizzati con criterio, come vale del resto per il gatto in appartamento in generale. Una cuccia ciambella da 50 centimetri in un punto tranquillo vale più di una struttura verticale complicata, perché questo gatto passa gran parte della giornata a terra.
Sul fronte della durata della vita i dati esistono e sono di buona qualità. Uno studio inglese pubblicato su Scientific Reports nel 2019 su 3.235 persiani seguiti da 304 cliniche ha calcolato una longevità mediana di 13,5 anni, con le femmine leggermente più longeve dei maschi. È un valore in linea con la popolazione felina generale, il cui quadro è riassunto in quanto vive un gatto, ma dietro quella media ci sono patologie di razza molto specifiche.