Educazione e intelligenza del Persiano

Foto: travel oriented · CC BY-SA 2.0 · via Wikimedia Commons
L’addestramento più importante è farsi toccare
Con la maggior parte dei gatti l’educazione riguarda i limiti; con il persiano riguarda prima di tutto la manipolazione. Un gatto che va pettinato ogni giorno, che ha bisogno di pulizia degli occhi e di controlli del posteriore, deve accettare le mani addosso per quindici anni. Si costruisce da gattino, in sessioni da trenta secondi, associando ogni tocco a qualcosa di piacevole e fermandosi prima che il gatto si irrigidisca.
Il metodo è quello del rinforzo positivo, l’unico che funziona sui gatti: il comportamento desiderato viene seguito immediatamente da qualcosa che il gatto vuole, entro un secondo. Si comincia toccando una zampa e premiando, poi due, poi il pettine appoggiato senza pettinare. Un set pettine e spazzola lasciato in vista fra una sessione e l’altra smette in fretta di essere un oggetto minaccioso, e la stessa logica vale per le forbicine da unghie.
Il trasportino, prima che serva
La seconda cosa da insegnare è entrare nel trasportino da solo. In una razza che va dal veterinario più spesso della media, per occhi, denti e reni, la differenza fra una visita gestibile e una lotta si decide mesi prima. Un trasportino rigido con apertura superiore lasciato aperto in casa tutto l’anno, con dentro una coperta familiare, diventa un posto in cui il gatto dorme, e il percorso completo è descritto in il gatto e il trasportino.
Nel persiano c’è un motivo in più per curare questo punto: il trasporto in auto e l’attesa in sala d’aspetto sono situazioni in cui un brachicefalo stressato respira peggio. Un gatto che entra da solo, senza inseguimento e senza contenimento forzato, arriva in ambulatorio con parametri diversi. Metà dello stress si evita a casa, e il resto si riduce scegliendo un ambulatorio che lavora con i protocolli cat friendly.
Quanto impara davvero
L’idea che il persiano sia un gatto lento è un luogo comune che nasce dall’osservazione del comportamento motorio, non di quello cognitivo. La CFA lo definisce anzi una delle razze più facili da addestrare, proprio perché è collaborativo e poco reattivo. Impara il richiamo, impara ad associare un suono al pasto, impara a farsi tagliare le unghie: quello che non fa è inseguire, saltare e insistere, e questo viene scambiato per scarsa intelligenza.
Le sessioni utili durano due o tre minuti e si ripetono più volte al giorno, sempre negli stessi momenti, perché la prevedibilità aiuta un gatto poco reattivo più di qualunque premio. Il rinforzo può essere un bocconcino scalato dalla razione, una carezza sulla testa oppure una manciata di foglie di erba gatta a fine sessione, per i soggetti che rispondono alla nepeta. Il quadro generale delle capacità cognitive su cui si sta lavorando è riassunto in quanto è intelligente un gatto.
Che cosa non chiedergli e che cosa non fare
Ci sono richieste che con questa razza non hanno senso. Percorsi verticali complessi, giochi che richiedono scatti lunghi, passeggiate al guinzaglio sotto il sole: sono attività costruite su un gatto con un’altra struttura e un altro apparato respiratorio. Insistere produce solo un animale che si sottrae e che smette di partecipare del tutto. Meglio abbassare i percorsi che alzare le pretese, offrendo salti corti e superfici intermedie invece di piattaforme lontane fra loro.
Sul fronte opposto, la punizione non funziona con nessun gatto e con questo meno che mai. Spruzzare acqua o alzare la voce con un animale che già comunica poco insegna soltanto a evitare la persona, e in una razza silenziosa il risultato passa inosservato per mesi. Le linee guida internazionali mettono fra i pilastri di un ambiente sano un’interazione umana positiva, coerente e prevedibile: è esattamente il contrario di un intervento imprevedibile e sgradevole.