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Origine e storia del Japanese Bobtail

Japanese Bobtail tricolore con la coda a pompon

Foto: ようてい · CC BY-SA 3.0 · via Wikimedia Commons

Mille anni di gatti a coda corta in Giappone

Il Japanese Bobtail non è una razza costruita in allevamento: è un gatto di strada giapponese a cui a un certo punto qualcuno ha dato un nome. La CFA ricorda che compare in rotoli dipinti, stampe e intagli che risalgono al medioevo giapponese, e TICA parla di almeno mille anni di documentazione scritta e pittorica per entrambe le lunghezze di pelo. Il gatto esisteva prima della razza, e questo cambia il modo in cui va letto: nessuno ha selezionato la coda corta, l’ha semplicemente trovata già lì.

L’arrivo dei gatti in Giappone viene fatto risalire al continente, probabilmente dalla Corea intorno al sesto secolo, al seguito dei manoscritti buddisti che andavano protetti dai roditori. La coda corta non è solo giapponese: uno studio pubblicato su Scientific Reports nel 2016 ha ritrovato la stessa variante del gene HES7 nei gatti a coda corta randagi della Cina, il che colloca il carattere in un’area geografica ampia e non in un singolo villaggio o in una singola isola.

L’editto del 1602 e i gatti della seta

Per secoli questi gatti sono stati animali di corte, tenuti al guinzaglio come oggetti di prestigio. La svolta è documentata dalla CFA e ha una data: nel 1602 un editto impose di liberare tutti i gatti per strada, perché i roditori stavano mettendo in ginocchio la bachicoltura e le riserve di cereali. Da animale di lusso il gatto giapponese diventò in una generazione un cacciatore urbano, con il compito preciso di proteggere i bachi da seta nei magazzini e nelle case dei mercanti.

È il passaggio che spiega la razza di oggi. Un gatto che per quattro secoli ha vissuto in strada, senza selezione umana e senza protezione, è un animale rustico, attivo, sveglio e poco incline a stare fermo. Le stampe dei secoli successivi lo ritraggono nei mercati e nelle botteghe, non in braccio a una dama. Chi lo sceglie oggi per la casa si porta dentro un predatore efficiente, e le conseguenze si vedono in ogni sessione di gioco, come per il gatto che porta le prede.

Il 1968, gli Stati Uniti e un pool genetico chiuso

La razza esce dal Giappone nel 1968, quando i primi soggetti vengono importati negli Stati Uniti; TICA attribuisce il passaggio all’allevatrice Judy Crawford, che viveva in Giappone e portò i suoi gatti in Nord America. Il riconoscimento arriva in fretta per il pelo corto, ammesso al campionato CFA nella seconda metà degli anni Settanta e da TICA nel 1979, mentre la varietà a pelo lungo aspetta il 1993 in CFA e il 1991 in TICA. Le due lunghezze sono la stessa razza, con lo stesso standard.

C’è un dettaglio poco pubblicizzato che pesa sulla selezione: in CFA il Japanese Bobtail non ammette incroci con altre razze né con gatti domestici. Il pool genetico è quello importato più quello che arriva dal Giappone, e ogni accoppiamento va pensato anche in termini di consanguineità. Non è un difetto della razza, è una condizione di lavoro che un allevatore serio conosce e di cui sa parlare, esattamente come sa dire quante generazioni ha in comune il padre con la madre della cucciolata che ti sta vendendo.

Una coda che nessuno ha tagliato

La prima cosa che la CFA tiene a chiarire è che il pompon non è il risultato di un taglio. È un carattere ereditario, e ogni coda è diversa dall’altra: curve, angoli e nodi si combinano in un disegno che nella razza viene descritto come unico quanto un’impronta digitale. Lo standard chiede che la coda sia chiaramente visibile e che non si allunghi oltre le tre pollici dal corpo, con il pelo che cresce in tutte le direzioni e nasconde la struttura ossea sottostante.

La precisazione ha un motivo storico. Nel folklore giapponese di epoca Edo si credeva che i gatti molto vecchi si trasformassero in nekomata, spiriti dalla coda biforcuta, e in alcune zone ai gattini la coda veniva effettivamente tagliata perché non potesse dividersi. Il Japanese Bobtail non c’entra con quella pratica: la sua coda è genetica. Il pelo che la ricopre chiede solo una passata regolare con un pettine per pelo corto e semilungo, perché è il punto in cui il gatto arriva peggio da solo.

Il resto del gatto è coerente con la sua storia: struttura snella e muscolosa, zampe lunghe, posteriori più alti dell’anteriore, un animale fatto per saltare e non per stare fermo. In casa questo si traduce in una richiesta precisa di altezza, che una struttura verticale stabile come un albero per gatti da 112 centimetri soddisfa meglio di qualunque cuccia a terra. Le regole generali di gestione restano quelle di il gatto in appartamento, con l’accento sul movimento.

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