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Cura del pelo e salute del Sacro di Birmania

Sacro di Birmania seal point disteso su un copriletto arancione

Foto: Camerawn · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons

Un pelo serico con pochissimo sottopelo

La differenza fra il mantello del sacro di birmania e quello di un persiano è tutta nel sottopelo, che qui è scarso. Lo standard FIFe parla di pelo da lungo a semilungo secondo la zona, corto sul muso e pieno sulla gorgiera, di tessitura serica; la CFA aggiunge che, proprio per la sua struttura, questo pelo non si infeltrisce e chiede una pettinata alla settimana. È una razza a bassa manutenzione, il che la rende adatta a chi non vuole una toelettatura quotidiana.

Bassa manutenzione non vuol dire nessuna manutenzione. Le zone da controllare restano ascelle, inguine e la base della coda, dove l’attrito compatta anche un pelo che tende a non annodarsi, e un set pettine e spazzola per gatti a denti lunghi risolve la questione in cinque minuti. La perdita di pelo esiste e aumenta nei cambi di stagione, mentre una caduta a chiazze o con croste è un’altra cosa e va vista dal veterinario, come si spiega in perché il gatto perde il pelo.

C’è poi un problema estetico che diventa pratico: i guanti bianchi si sporcano. Zampe chiare e lettiera vanno insieme, e un substrato molto polveroso o una cassetta pulita di rado si vedono a colpo d’occhio. Un tappetino per lettiera in silicone trattiene il granulato e riduce quello che il gatto si porta in giro; il resto lo fa la frequenza della paletta, perché una vaschetta sporca è anche la prima causa di rifiuto, come si legge in perché il gatto non usa la lettiera.

Il colore dipende dalla temperatura, non dall’età

Il disegno colourpoint del sacro di birmania nasce da una versione dell’enzima tirosinasi, quello che serve a produrre melanina, che lavora solo alle temperature più basse. Il risultato è che il pigmento si forma sulle estremità fredde, cioè muso, orecchie, zampe e coda, e quasi niente sul tronco, dove la temperatura corporea è più alta. Il mantello racconta la temperatura della pelle, e la variante responsabile è recessiva, quindi serve una doppia copia perché il disegno compaia.

Da questo derivano due fenomeni che sorprendono chi non li conosce. Il primo è che i gatti point tenuti in case fredde tendono a scurirsi, e che il colore del corpo si intensifica con l’età un po’ in tutti i soggetti. Il secondo è più concreto: se una zona viene rasata per un prelievo o per un’ecografia, il pelo ricresce spesso più scuro, perché la pelle scoperta si raffredda. Non è un danno e non è permanente, e alla muta successiva la zona torna in genere del colore di prima.

Cardiomiopatia ipertrofica: il birmano è fra le razze predisposte

La cardiomiopatia ipertrofica è la malattia cardiaca più comune del gatto: la UC Davis la descrive come una condizione che riguarda circa un gatto su sette e che in più della metà dei casi non dà alcun segno visibile, e include esplicitamente il birmano nell’elenco delle razze a rischio aumentato. Il muscolo del ventricolo sinistro si ispessisce, la camera si riduce, e i primi sintomi evidenti sono spesso il respiro affannoso o la paralisi improvvisa del posteriore per un tromboembolo.

Il punto pratico è che la diagnosi si fa solo con l’ecocardiografia. Un cuore che ausculta bene non è un cuore sano, e i soffi nel gatto sono un indicatore inaffidabile in entrambe le direzioni. Le mutazioni identificate finora riguardano il maine coon e il ragdoll, non questa razza: per il sacro di birmania non esiste un test del DNA che dica qualcosa di utile, quindi l’unico strumento disponibile resta l’ecocardiografia fatta da un cardiologo e ripetuta nel tempo.

Per chi compra significa chiedere il referto ecocardiografico dei due genitori, con data e nome dello specialista, e diffidare di chi cita test genetici generici. Per chi già convive con un birmano adulto significa mettere in conto un controllo cardiologico quando l’animale invecchia o quando compare un segno sospetto, dalla stanchezza improvvisa al respiro a bocca aperta. La malattia non si previene, ma riconoscerla presto cambia molto la gestione dello scompenso e del rischio di trombosi.

Le crisi da rumore nei soggetti anziani

C’è una voce che riguarda questa razza più delle altre e che pochi conoscono. Uno studio su novantasei gatti con crisi epilettiche riflesse scatenate da suoni acuti, le cosiddette crisi audiogene feline, ha trovato i birmani nettamente sovrarappresentati, con circa un caso su tre appartenente alla razza. L’esordio è geriatrico, in media intorno ai quindici anni, e i fattori scatenanti più frequenti sono rumori metallici e acuti come la carta stagnola, il cucchiaino contro la ciotola o la tastiera.

La buona notizia è che la condizione si gestisce: nello stesso studio il levetiracetam ha dato un controllo delle crisi nettamente migliore rispetto ai farmaci tradizionali, e in una parte dei gatti la situazione si è stabilizzata nel tempo. In casa aiuta l’ovvio, cioè eliminare i suoni scatenanti quando si sono identificati. Un gatto anziano che sussulta ai rumori non sta facendo i capricci, e vale la pena parlarne al veterinario insieme agli altri controlli descritti in il gatto anziano.

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