Origine e storia del Sacro di Birmania

Foto: Camerawn · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons
La leggenda del tempio, raccontata per quello che è
La storia più ripetuta è quella del tempio birmano di Lao-Tsun, del monaco Mun-Ha e del suo gatto bianco Sinh. Quando il monaco viene ucciso, il gatto sale sul suo corpo e guarda la statua della dea dagli occhi di zaffiro: il pelo prende un riflesso dorato, gli occhi diventano azzurri, le zampe restano bianche nel punto in cui toccano il maestro, a simboleggiare la purezza. È una leggenda, e va detto: la stessa CFA la presenta come racconto, non come cronaca.
Vale comunque la pena capire perché funziona così bene. La leggenda spiega in una sola immagine i tre tratti che definiscono la razza, cioè il corpo chiaro con le estremità scure, l’occhio blu intenso e i guanti bianchi sulle zampe, e li carica di un significato morale che nessuno standard potrebbe dare. È lo stesso meccanismo che rende irresistibili le storie sui gatti dei marinai o sui gatti delle regine: raccontano bene, non spiegano niente, e non hanno mai avuto bisogno di un documento a sostegno.
Quello che si sa davvero: la Francia degli anni Venti
La parte documentata comincia in Europa. Una coppia di gatti viene inviata in Francia all’inizio del Novecento; il maschio non sopravvive al viaggio e la femmina, gravida, partorisce a destinazione: da quella cucciolata discende la razza moderna. Il nome stesso lo dice, perché Birmania in francese si scrive Birmanie, ed è da lì che arriva la parola con cui la razza viene registrata. Il Cat Club de France la riconosce nel 1925: è la prima ufficializzazione della razza.
Il dettaglio importante è quanto stretto sia il collo di bottiglia iniziale. Una razza che parte da una sola femmina fondatrice ha, per definizione, una base genetica minuscola, e ogni variante recessiva presente in quel nucleo si diffonde con facilità nelle generazioni successive. È il motivo per cui i test contano più in una popolazione così che in una popolazione ampia, e spiega perché su questa razza esistano oggi malattie ereditarie ben descritte e ben mappate.
Due gatti sopravvissuti alla guerra
Il secondo collo di bottiglia arriva con la seconda guerra mondiale. Alla fine del conflitto, in Europa, restavano pochissimi soggetti registrati, secondo le ricostruzioni più citate una sola coppia, e la razza fu ricostruita incrociando quello che restava con altre razze a pelo lungo, in particolare il persiano, e con il siamese per recuperare il disegno colourpoint. È una storia di salvataggio riuscito, ma anche la ragione per cui il patrimonio genetico della razza è passato due volte per la cruna di un ago.
Il risultato, oggi, è un gatto che nei dati clinici se la cava bene: nello studio britannico su oltre settemila gatti condotto sui registri veterinari, il birmano risulta fra le razze con l’aspettativa di vita più alta, sopra la media generale della popolazione felina. Sono numeri riferiti a una popolazione specifica e non a un singolo animale, e vanno letti con le cautele descritte in quanto vive un gatto, ma è un dato incoraggiante per una razza uscita da due strozzature.
Non confonderlo con il burmese
Il sacro di birmania e il burmese sono due razze diverse che condividono solo una parte del nome. Il burmese è un gatto a pelo corto, compatto, dal mantello sepia uniforme e dagli occhi gialli; il sacro di birmania è semilungo, colourpoint, con occhi azzurri e guanti bianchi. Anche l’inglese distingue i due, chiamando il primo Burmese e il secondo Birman, ma in italiano l’assonanza fa danni negli annunci. Sono due animali diversi per struttura, mantello e carattere.
Lo standard FIFe descrive un gatto di taglia media, leggermente allungato, con testa dal profilo arrotondato, orecchie piuttosto piccole e occhi blu il più intensi possibile. Il pelo è lungo o semilungo a seconda della zona, corto sul muso e pieno sulla gorgiera, con pochissimo sottopelo: un pettine per pelo semilungo passato una volta alla settimana basta. È un gatto pensato per stare in casa, con tutto quello che questo comporta e che si trova in il gatto in appartamento, inclusa una struttura come un albero per gatti da 112 cm.