Alimentazione e fabbisogni nutrizionali del Tonkinese

Foto: Angela Thomas from Sydney, NSW, Australia · CC BY 2.0 · via Wikimedia Commons
Un gatto più pesante di quanto sembra
La prima sorpresa quando si solleva un tonkinese è il peso. Lo standard lo descrive muscoloso e sorprendentemente pesante per la taglia, e le indicazioni di razza collocano i maschi intorno ai quattro o cinque chili e le femmine sotto i quattro. È una struttura densa, non un gatto grande, e questo cambia il modo di valutarlo: il peso da solo non dice niente, perché un maschio ben muscolato e uno in sovrappeso possono segnare lo stesso numero sulla bilancia.
Lo strumento giusto è la valutazione della condizione corporea, che si fa con le mani e non con lo sguardo. Le costole devono essere percepibili sotto una copertura sottile senza premere, il girovita deve rientrare visto dall’alto e l’addome deve risalire visto di lato. In un gatto a pelo corto come questo il controllo è facile e va fatto ogni mese, segnando il peso: una variazione del dieci per cento in pochi mesi è un dato clinico, non una curiosità.
Il peso è la variabile che pesa di più
In una razza con predisposizione documentata al diabete, il controllo del peso smette di essere un consiglio generico e diventa prevenzione. L’obesità riduce la sensibilità all’insulina e sposta in avanti il rischio in un gatto che parte già svantaggiato, ed è il fattore su cui chi vive con l’animale ha il controllo più diretto. La razione va calcolata sul peso ideale e non su quello attuale, e le indicazioni sulla confezione sono una media da correggere, come spiegato in quanto deve mangiare un gatto.
Il momento in cui il conto salta è quasi sempre lo stesso: dopo la sterilizzazione il fabbisogno energetico scende in modo netto mentre l’appetito resta uguale o aumenta, e in pochi mesi il gatto mette peso senza che nessuno abbia cambiato nulla. La razione va ridotta subito, non quando si vede la pancia. Il quadro completo, con i tempi e le conseguenze, è in la sterilizzazione del gatto, e vale la pena leggerlo prima dell’intervento.
Acqua e umido: la parte che si dimentica
Il gatto domestico beve poco perché discende da un animale che ricavava l’acqua dalle prede, e un tonkinese alimentato solo con crocchette resta cronicamente al limite dell’idratazione. L’umido porta il settanta-ottanta per cento di acqua dentro il pasto e ha il vantaggio di essere meno denso di calorie a parità di volume, il che aiuta proprio nella gestione del peso. Il confronto onesto fra le due opzioni, senza tifoserie, è in crocchette o umido per il gatto.
Sull’acqua da bere la regola pratica è offrire scelta e distanza. Più punti di acqua in casa, lontani dalla ciotola del cibo e lontani dalla lettiera, in posizioni dove il gatto non venga sorpreso alle spalle, e un tappetino impermeabile sotto le ciotole per gli schizzi. Molti gatti preferiscono l’acqua in movimento, e una fontanella in acciaio da 2,6 litri funziona meglio di una ciotola di plastica che si riga e trattiene i residui, a condizione di lavarla ogni settimana e di pulire la pompa ogni mese, altrimenti diventa un moltiplicatore di batteri.
Come si distribuisce il cibo in giornata
Il gatto è predisposto a molti pasti piccoli, non a due abbondanti: dieci o dodici prede al giorno era il ritmo dell’antenato. Dividere la razione giornaliera in più porzioni riduce la fame notturna e le richieste all’alba, che in una razza vocale come questa diventano rapidamente un problema di convivenza. Il numero dei pasti conta quanto la quantità, e in una casa con più gatti serve anche una postazione per ciascuno, in punti separati.
Il modo migliore di sfruttare quella predisposizione è far lavorare il gatto per il cibo. Una parte della razione secca messa dentro un dispenser o nascosta in punti diversi della casa trasforma il pasto in una sequenza di ricerca, allunga i tempi e riduce la voracità, e ha l’effetto collaterale di occupare le ore vuote. È il principio dell’arricchimento ambientale: un tonkinese che ha trovato metà cena da solo arriva alla sera meno insistente e più stanco.
Un’ultima nota sui cambi di alimento. Il passaggio da un prodotto all’altro va fatto in sette-dieci giorni mescolando quantità crescenti del nuovo, perché un cambio brusco provoca diarrea e rifiuto. Conviene tenere sempre in casa una scorta dell’alimento abituale, perché restare senza costringe a un cambio improvviso proprio nel giorno peggiore. E se un tonkinese salta un pasto va notato: in una razza che mangia con appetito, due giorni di digiuno sono un’emergenza per il rischio di lipidosi epatica, come descritto in il gatto che non mangia.