Curiosità e aneddoti sul Balinese

Foto: Talophex · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons
Un nome che non c’entra niente con Bali
Il Balinese non ha alcun legame con l’Indonesia: la razza nasce negli Stati Uniti da gatti di origine thailandese, e il nome fu scelto per evocare la grazia dei danzatori dell’isola. La CFA lo racconta senza giri di parole. L’alternativa più onesta, siamese a pelo lungo, era stata scartata anche per ragioni politiche interne al mondo dell’allevamento, perché gli allevatori di siamesi si opponevano all’uso del proprio nome per una variante.
L’episodio dice molto su come nascono i nomi delle razze feline: raramente descrivono un’origine geografica reale e quasi sempre raccontano quello che il pubblico dell’epoca era disposto a comprare. Vale per il Balinese come per l’Havana o per l’Angora, e sapere che il nome è un’etichetta commerciale evita di costruirci sopra storie che nessuno ha mai verificato, del tipo di quelle che ancora oggi compaiono negli annunci di vendita per giustificare un prezzo più alto di qualche centinaio di euro.
Il gatto termometro
Un Balinese è, letteralmente, una mappa termica del proprio corpo. Poiché l’enzima che produce la melanina lavora solo dove la temperatura è più bassa, il colore racconta dove il gatto è più freddo: estremità scure, tronco chiaro. Ogni zona rasata per un prelievo o per un’ecografia ricresce più scura, e torna alla tinta di partenza con la muta successiva. Il pelo scuro non è una malattia, ed è una preoccupazione che riempie le sale d’attesa senza motivo.
Lo stesso principio spiega perché i gatti che vivono in case fredde si scuriscano sul tronco più degli altri e perché quasi tutti i soggetti diventino più scuri con l’età: un balinese di dodici anni può sembrare un gatto diverso da quello che era a due. È anche il motivo per cui i cuccioli nascono quasi bianchi, e per cui due fratelli allevati in ambienti diversi possono mostrare contrasti differenti pur avendo la stessa genetica.
Meno rumoroso del siamese? Dipende dal gatto
La CFA descrive il Balinese come un po’ meno loquace del siamese, pur restando conversatore. È una formula che va presa per quello che è: una tendenza media, non una garanzia. La variabilità individuale in questo gruppo di razze è ampia, e la linea di sangue conta più dell’etichetta di razza. Chi teme la voce non risolve passando dal siamese al balinese: risolve conoscendo i genitori e accettando lo scenario peggiore in partenza.
L’altra metà del problema non è il volume ma il motivo. Un gatto che chiama perché si annoia, perché ha fame o perché è rimasto solo troppo a lungo produce lo stesso rumore di uno che sta male, e la differenza si legge nel contesto e nella durata, non nell’intensità. Quando un gatto abitualmente vocale cambia registro conviene sospettare qualcosa di fisico, come spiegato in le fusa quando il gatto sta male.
La coda a pennacchio e il resto della famiglia
Il tratto più riconoscibile del Balinese adulto è la coda, che lo standard descrive come un pennacchio: pelo lungo che si apre a ventaglio su una struttura sottile. È anche l’unica parte del mantello che merita un controllo in più, perché il pelo della base della coda si sporca e si annoda prima del resto, soprattutto nei maschi e nei soggetti in sovrappeso che faticano a raggiungerla durante la pulizia. La coda va controllata a parte, ogni settimana, insieme alla zona sotto le ascelle.
Per il resto, il Balinese è un ramo di una famiglia affollata: il siamese è lo stesso gatto a pelo corto, l’orientale è la versione senza colourpoint, l’orientale a pelo lungo ne è la variante semilunga, il seychellois porta il bianco. Cambiano il mantello e il colore degli occhi, non i bisogni. Un pettine tenuto a portata di mano e un albero accanto alla finestra restano validi per tutti, insieme a il linguaggio dei gatti come chiave per capirli.