Educazione e intelligenza del Mau Arabo

Foto: SolnishkoA · CC BY-SA 3.0 · via Wikimedia Commons
Impara in fretta perché ha dovuto
Un gatto che discende da una popolazione che si è mantenuta da sola è per forza di cose un buon risolutore di problemi: apre, indaga, prova. Questo non lo rende obbediente, perché il gatto non esegue per compiacere ma perché la sequenza porta a qualcosa che vuole. I metodi che funzionano sono quelli basati sul rinforzo positivo, e la tempistica è tutto: il rinforzo deve arrivare entro un secondo, altrimenti l’associazione fra comportamento e conseguenza non si costruisce.
Il bocconcino resta il rinforzo più maneggevole e va scalato dalla razione giornaliera, altrimenti l’addestramento diventa un ingrasso. In alcuni soggetti funzionano meglio dieci secondi di gioco o una manciata di erba gatta in foglie a fine sessione. Le sessioni utili durano due o tre minuti e finiscono prima che il gatto si stanchi. Il quadro delle capacità cognitive su cui si lavora è riassunto in quanto è intelligente un gatto.
Le tre cose che vale la pena insegnare
La prima è farsi maneggiare: zampe, orecchie, bocca, con tocchi brevi seguiti subito da qualcosa di piacevole e tempi allungati di pochi secondi alla volta. Serve per tutta la vita, dalla spuntatina alle unghie alla somministrazione di una pastiglia. La seconda è entrare da solo nel trasportino, che è la differenza fra una visita gestibile e una lotta: un trasportino rigido apribile dall’alto lasciato aperto in casa tutto l’anno smette in fretta di annunciare qualcosa di brutto.
La terza è il richiamo, che in un gatto sveglio e propenso a uscire può risolvere un’emergenza. Si associa un suono sempre uguale, diverso dal nome, all’arrivo di qualcosa di buono, e si ripete in contesti diversi finché la risposta diventa automatica. Il metodo passo per passo per il trasportino, che è la parte più delicata, è in il gatto e il trasportino, e vale la pena seguirlo prima che serva davvero.
Cosa non funziona: punizione, spruzzi, voce alta
Spruzzare acqua, alzare la voce o afferrare il gatto per la collottola non insegnano niente e producono un effetto collaterale preciso: il gatto impara a evitare te, non il comportamento. Un animale che si allontana quando entri in una stanza non ha capito una regola, ha solo classificato una persona come imprevedibile. Le linee guida AAFP e ISFM mettono fra i pilastri di un ambiente sano un’interazione umana coerente e prevedibile, e la punizione lavora esattamente contro quel principio.
In una razza vigile come questa il danno si vede prima e si ripara più lentamente. Il gatto comincia a nascondersi, riduce le uscite dai suoi rifugi, smette di farsi prendere e diventa difficile persino da caricare in trasportino, e ricostruire fiducia richiede settimane di gesti prevedibili. Quando invece un gatto comincia a nascondersi senza motivo apparente, il primo sospetto da escludere non è caratteriale ma sanitario, e merita una visita prima di qualunque interpretazione psicologica.
Le porte, i morsi e la caccia agli oggetti
Tre problemi tornano spesso con questo tipo di gatto. Il primo è la fuga dalla porta di casa, che si gestisce con una routine fissa all’ingresso e con un punto di attesa premiato, non con la sorveglianza. Il secondo è la caccia agli oggetti che si muovono, caviglie comprese: le mani non devono mai fare da preda, e la sessione va chiusa prima del picco di eccitazione, con un set di bacchette con piume che tiene i denti a distanza.
Il terzo è il morso vero e proprio, che quasi sempre nasce da gioco mal gestito o da manipolazione insistita oltre il limite del gatto. Le dinamiche e i modi per interromperlo senza rompere il rapporto sono spiegati in perché il gatto morde. Il segnale arriva sempre prima del morso, sotto forma di coda che si agita, pelle che freme e orecchie che si abbassano: chi impara a leggerlo evita il novanta per cento degli episodi.