Gattini e riproduzione del Mau Arabo

Foto: SolnishkoA · CC BY-SA 3.0 · via Wikimedia Commons
Che cosa deve mostrarti chi vende un Mau Arabo
In una razza riconosciuta da una sola federazione internazionale il primo documento da chiedere è il pedigree, rilasciato da un’associazione del circuito WCF o dalla Emirates Feline Federation. Senza quello si sta comprando un gatto tigrato, che può essere un ottimo gatto ma non è la razza. Poi il libretto sanitario con vaccinazioni e trattamenti antiparassitari, e i test per FIV e FeLV. I referti si guardano, non si raccontano, e un allevatore serio li mostra senza che tu debba insistere.
Sulla parte genetica va detto con chiarezza che non esiste un pannello di test specifico per questa razza, perché non ci sono mutazioni descritte a suo carico. Restano utili l’ecocardiografia dei riproduttori, dato che la cardiomiopatia ipertrofica è la cardiopatia più comune del gatto secondo il Cornell Feline Health Center, e il test BAER dell’udito nei soggetti bianchi. Chi ti risponde che la razza è naturale e quindi non ha bisogno di controlli sta semplificando in modo interessato.
Un randagio del Golfo non è un gatto con pedigree
Capita che un gatto raccolto per strada a Dubai o a Muscat venga portato in Italia e presentato come Mau Arabo. Può somigliargli moltissimo, perché è quella la popolazione da cui la razza deriva, ma senza genealogia registrata resta un gatto comune, con tutto il valore affettivo del caso e nessun valore di pedigree. Detto questo, adottare un gatto di quella provenienza è una scelta legittima, purché si sappia che cosa comporta dal punto di vista sanitario e burocratico.
Le regole di ingresso nell’Unione Europea da un paese terzo sono precise: identificazione con microchip, vaccinazione antirabbica fatta dopo l’applicazione del microchip e non prima delle dodici settimane di età, con validità che decorre almeno ventuno giorni dopo. Per i paesi non elencati serve inoltre un titolo anticorpale antirabbico pari o superiore a 0,5 UI per millilitro, prelevato almeno trenta giorni dopo la vaccinazione, un certificato sanitario e l’ingresso da un punto autorizzato. I tempi si contano in mesi, non in settimane.
Cucciolata, parto e prime settimane
La gestazione del gatto dura circa nove settimane e nella maggioranza dei casi il parto non richiede assistenza, ma nessuna nascita è di routine e il veterinario va allertato prima della data prevista invece che durante. Il ruolo di chi assiste è garantire un ambiente tranquillo, caldo e riparato, e non intervenire senza motivo. Una cuccia nido morbida e lavabile in un angolo poco frequentato della casa funziona meglio di qualunque struttura complicata.
Nelle prime settimane il lavoro lo fa la madre, e l’unico compito davvero utile è pesare i gattini ogni giorno: la crescita quotidiana è il primo indicatore che qualcosa non va, molto prima di qualsiasi altro segnale. Il passaggio al cibo solido comincia intorno alle quattro settimane e va fatto senza forzature, con i tempi e i modi descritti in lo svezzamento del gattino, perché una transizione affrettata si paga in diarrea e rifiuti alimentari.
Quando arriva a casa
La finestra sensibile per la socializzazione del gatto si chiude presto, molto prima che nel cane, e un gattino che in quel periodo non ha incontrato persone, rumori domestici e altri animali resta timoroso da adulto. È il motivo per cui i cuccioli vanno cresciuti in casa e non in box isolati, e per cui l’età minima di cessione ha un senso sanitario e comportamentale insieme. I passaggi utili sono elencati in la socializzazione del gattino.
Nei primi giorni conviene limitare lo spazio a una stanza con tutte le risorse e allargarlo gradualmente, tenendo la lettiera lontana dalla ciotola e usando all’inizio lo stesso substrato dell’allevamento, come spiegato in la prima lettiera del gattino. Per il viaggio va bene un trasportino morbido per gatti, ma servirà un modello rigido di taglia adulta entro il primo anno, ed è meglio comprarlo subito e lasciarlo aperto in casa.