Maobau

Origine e storia del Mau Arabo

Cucciolo di Mau Arabo rosso e bianco seduto

Foto: SolnishkoA · CC BY-SA 3.0 · via Wikimedia Commons

Un gatto che esisteva molto prima di essere una razza

Il Mau Arabo non nasce da un progetto di allevamento. È una popolazione naturale della penisola arabica, cioè un gatto che si è formato da solo nelle condizioni in cui viveva, senza che nessuno scegliesse per lui il colore o la forma della testa. Vive da secoli fra Emirati Arabi Uniti, Oman, Qatar, Bahrein, Kuwait e Arabia Saudita, prima nelle zone desertiche e poi nei centri abitati, dove cibo, acqua e ombra sono più facili da trovare. Lo standard descrive un gatto già esistente, invece di fissare un obiettivo estetico da raggiungere.

Questa origine spiega la struttura meglio di qualsiasi descrizione da catalogo. Il corpo è muscoloso e alto sulle zampe, il pelo è corto e aderente e non ha sottopelo, le orecchie sono grandi e portate leggermente di lato: sono caratteristiche che in un clima caldo aiutano a disperdere calore invece che a trattenerlo. Non c’è gorgiera, non ci sono ciuffi, non c’è niente da districare. La manutenzione settimanale si esaurisce in una passata con un pettine per gatti a pelo corto, utile soprattutto per controllare la pelle.

Petra Müller, il 2008 e la World Cat Federation

Il nome «Mau Arabo» è recente e ha un autore. Petra Müller, felinologa che vive negli Emirati e che ha fondato la Middle East Cat Society, segnala i gatti locali alla World Cat Federation nel 2005 e passa gli anni successivi a documentarne le generazioni, per dimostrare che quei caratteri si trasmettono in modo stabile. La federazione approva la razza nell’assemblea generale del 2 e 3 agosto 2008 in Germania, e dal 2009 il gatto è ammesso alle esposizioni WCF, dove gareggia nel gruppo dei pelo corto.

Il riconoscimento è arrivato anche dalla Emirates Feline Federation, l’associazione felina degli Emirati. La spinta iniziale, però, non era soltanto espositiva: dare uno statuto a un animale che in gran parte della regione veniva considerato solo un randagio serviva a cambiare il modo in cui lo si trattava. Nelle stesse settimane il comune di Dubai annunciava un piano per ridurre la popolazione felina di strada, e Müller collegava esplicitamente le due cose. La razza nasce anche come tutela, non solo come categoria da concorso.

Che cosa dice davvero lo standard WCF

Lo standard WCF, che identifica la razza con la sigla ARM, descrive un gatto di taglia media con struttura forte e muscolosa, alto sulle zampe, con piedi ovali e coda di lunghezza media che si assottiglia verso la punta. La testa è arrotondata ma leggermente più lunga che larga, con i cuscinetti dei baffi ben marcati e il mento pronunciato; le orecchie sono grandi e leggermente rivolte ai lati, gli occhi ovali. Il colore degli occhi segue quello del mantello, senza tonalità imposte dal regolamento.

Sul pelo il testo è netto: corto, aderente al corpo, senza sottopelo e di tessitura soda nell’adulto, mentre nei giovani una consistenza più serica viene ammessa. I colori riconosciuti sono pochi: bianco puro senza sfumature gialle, nero pieno senza riflessi ruggine, nero e bianco, brown tabby tigrato o maculato e il tabby grigio e bianco. È un elenco corto proprio perché registra quello che esiste sul posto, e non quello che si potrebbe ottenere incrociando la razza con qualcos’altro.

Perché in Italia è quasi introvabile

Le tre federazioni più diffuse non riconoscono il Mau Arabo: non compare fra le razze FIFe, non è nell’elenco TICA e non è fra quelle ammesse dalla CFA. In pratica significa che un soggetto con pedigree arriverà da un’associazione del circuito WCF e che in Italia non lo si incontrerà nelle esposizioni FIFe. Non è un giudizio sul gatto, è un’informazione operativa: cambia i registri in cui cercare e rende molto più probabile imbattersi in un annuncio scorretto che in un allevamento vero.

La conseguenza pratica è che il nome viene usato con leggerezza per qualunque tigrato snello di origine mediorientale, e che chi compra deve chiedere il pedigree prima di tutto il resto. Vale anche per le medie di longevità che si leggono in rete: sono stime, mentre i numeri affidabili vengono dalle casistiche veterinarie raccolte in quanto vive un gatto. Chi lo sceglie oggi lo prende per vivere in casa, e una struttura come un albero per gatti da 143 centimetri conta più dell’esotismo dell’origine, come vale per il gatto in appartamento in generale.

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