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Curiosità e aneddoti sul Savannah

Savannah maculato seduto su un letto

Foto: Jason Douglas · Public domain · via Wikimedia Commons

Il gatto domestico più alto del mondo è un Savannah

Il record del Guinness per il gatto domestico vivente più alto appartiene a Fenrir Antares Powers, un Savannah di seconda generazione che vive a Farmington Hills, in Michigan: 47,83 centimetri al garrese, misurati il 29 gennaio 2021. Il primato era prima di suo fratello Arcturus Aldebaran Powers, che aveva raggiunto i 48,40 centimetri e che è morto qualche anno fa. Due fratelli, due record, la stessa casa: un caso che dice qualcosa sulla variabilità individuale dentro una singola cucciolata.

Il dato va letto con attenzione, perché è quello che l’immaginario collettivo usa per sbagliare acquisto. Il record riguarda l’altezza, non il peso, e riguarda una seconda generazione, non i soggetti che si comprano abitualmente. TICA scrive che la maggior parte dei Savannah ha le dimensioni di un grande gatto domestico e pesa meno di un altro gatto di taglia simile, perché la struttura è lunga e asciutta. Chi cerca il gatto gigante della fotografia sta cercando un animale che quasi nessuno può gestire.

Le orecchie: perché sono così grandi e messe così in alto

Lo standard TICA chiede orecchie notevolmente grandi, alte sulla testa, larghe con base profonda, molto dritte e con la punta arrotondata; le orecchie piccole vengono penalizzate. Non è un vezzo estetico inventato dagli allevatori: è la caratteristica più riconoscibile del serval, che le usa per localizzare roditori nascosti nell’erba alta ruotandole in modo indipendente. Nel discendente domestico la funzione è meno estrema, ma la forma è rimasta ed è il tratto su cui i giudici guardano per primi.

In casa questo si traduce in un gatto che sente arrivare le cose molto prima di noi e reagisce prima. Le orecchie sono anche una fonte di informazione preziosa per chi convive con lui: la direzione dei padiglioni racconta l’attenzione e la tensione meglio di qualunque altro segnale visibile. La grammatica completa, valida per tutti i gatti, è raccolta in cosa dicono le orecchie del gatto, e su un Savannah è particolarmente facile da leggere.

Un mantello che lo standard tiene volutamente semplice

Il Savannah ammette un solo disegno, il maculato, con macchie piene dal marrone scuro al nero. Le rosette, cioè le macchie a due toni con contorno più scuro, sono penalizzate: è la differenza formale più netta rispetto al bengala, dove le rosette sono invece un pregio. I colori riconosciuti sono quattro: nero, brown spotted tabby, silver spotted tabby e black smoke. Lo standard penalizza anche il corpo tozzo, perché la silhouette lunga e asciutta è considerata parte dell’identità della razza.

Il mantello è corto o di media lunghezza, con giarre più ruvide sopra un sottopelo morbido, ed è per questo che la manutenzione è così leggera. Nessun colore raro giustifica un sovrapprezzo: le varianti fuori standard che compaiono negli annunci, dal cosiddetto silver chiarissimo al blu, non sono riconosciute e non valgono di più, valgono di meno. Una spazzolata settimanale con una spazzola per gatti a pelo corto basta a tenerlo in ordine tutto l’anno.

Il lavandino, il rubinetto e la fama di gatto anfibio

Fra le cose che si raccontano su questa razza, il rapporto con l’acqua è una delle poche vere. Molti Savannah entrano nella doccia appena aperta, tuffano la zampa nella ciotola, seguono il getto del rubinetto e giocano con l’acqua della vasca. L’origine è plausibile, visto che il serval frequenta zone umide e paludose e caccia anche vicino all’acqua, ma è bene ricordare che non tutti i soggetti si comportano così: è un’inclinazione frequente, non una regola di razza.

La conseguenza pratica è simpatica e utile. Un gatto che si interessa all’acqua corrente beve di più, e questo aiuta l’apparato urinario. Una fontanella silenziosa da 2,2 litri trasforma un’inclinazione in una buona abitudine, e vale più di qualunque insistenza. Resta una curiosità che smentisce il luogo comune sulla razza felina che detesta bagnarsi, come si legge in perché i gatti odiano l’acqua: non è un’avversione universale, è una questione di esperienze precoci e di genetica.

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