Origine e storia del Savannah

Foto: Jason Douglas · Public domain · via Wikimedia Commons
Il 7 aprile 1986, una gatta domestica e un serval
La razza ha una data di nascita precisa, cosa rara fra i gatti. TICA la fissa al 7 aprile 1986, quando una gatta domestica partorì un cucciolo generato da un serval africano. Quella femmina fu chiamata Savannah e diede il nome a tutto ciò che venne dopo. Il progetto vero e proprio nacque più tardi, quando Patrick Kelly e l’allevatrice Joyce Sroufe decisero di trasformare un incrocio isolato in una razza e scrissero il primo standard depositato presso l’associazione.
Il punto di partenza va tenuto a mente perché spiega tutto il resto. Il Savannah non è un gatto reso selvatico dalla selezione estetica, come accade in altre razze maculate: è il discendente diretto di un felide non domestico, e quanto quel felide pesi ancora sul singolo animale dipende da quante generazioni lo separano dal capostipite. Chi valuta l’acquisto sta valutando un ibrido, non una variante di gatto europeo con il mantello a pois, e la differenza si vede nella gestione quotidiana molto prima che nell’aspetto.
Chi è il serval, l’animale da cui tutto parte
Il serval, Leptailurus serval, è un felide africano di taglia media che vive in savane umide, praterie e zone paludose. Alto fra i 54 e i 62 centimetri al garrese e pesante fra gli 8 e i 18 chili, ha zampe lunghissime e orecchie enormi con cui localizza roditori nascosti nell’erba alta. Salta oltre due metri da fermo e caccia con un tasso di successo che nelle osservazioni sul campo si aggira intorno alla metà dei tentativi, un valore altissimo per un felide. È attivo sia di giorno sia di notte.
È una specie inserita nell’Appendice II della CITES e, nella normativa italiana, la famiglia dei felidi compare per intero nell’elenco del decreto ministeriale del 19 aprile 1996 sulle specie che possono costituire pericolo per l’incolumità pubblica, con l’esclusione degli animali domestici. Detto in modo pratico: il serval non è un animale da appartamento e non lo è mai stato. Le sue misure e le sue abitudini spiegano da sole perché i suoi discendenti più vicini chiedano spazi che una casa normale fatica a dare, come si vede confrontandoli con il gatto in appartamento medio.
Che cosa vogliono dire F1, F2, F3 e le sigle successive
La sigla indica quante generazioni separano il gatto dal serval. Un F1 nasce dall’incrocio diretto, un F2 ha un nonno serval, un F3 un bisnonno e così via. Non è un dettaglio burocratico: uno studio pubblicato su Animals nel 2019, condotto per valutare l’impatto potenziale della razza sulla fauna australiana, riporta maschi F1 fra gli 8 e gli 11 chili e alti 40-45 centimetri al garrese, contro maschi F4 o F5 fra 6,3 e 8,2 chili e alti 32,5-38 centimetri. Fra un F1 e un F5 c’è la differenza che passa fra due animali diversi.
Lo stesso lavoro descrive soggetti capaci di saltare due metri e mezzo da fermi. Le prime generazioni non sono gatti grandi, sono un’altra categoria: forza, salto, bisogno di movimento e reattività agli stimoli stanno su una scala che pochissime case reggono. Le generazioni più lontane rientrano progressivamente nei parametri di un gatto domestico di taglia grande, e sono quelle che TICA ammette in esposizione. Anche lì, però, resta un animale che pretende altezza e percorsi: un albero per gatti da 143 cm è il minimo sindacale, non un accessorio.
Riconoscimenti, divieti e un mercato poco trasparente
TICA ha accettato la razza in registrazione nel 2001 e le ha dato lo status di campionato nel 2012, ammettendo alle esposizioni le generazioni sufficientemente lontane dal serval. Altre federazioni non l’hanno seguita, e International Cat Care dichiara apertamente di non sostenere la creazione di razze ibride. Sul piano normativo la CITES stabilisce che gli ibridi che hanno un antenato di specie protetta nelle quattro generazioni precedenti vanno trattati come esemplari della specie tutelata, e in Australia l’importazione è stata vietata nel 2008 con una modifica dell’EPBC Act.
Il quadro cambia da Paese a Paese e conviene verificarlo presso il servizio veterinario della propria ASL prima di firmare qualsiasi acquisto, non dopo. È la razza in cui il rischio di comprare male è più alto: prezzi elevati, generazioni dichiarate a voce, documenti approssimativi, cuccioli venduti come F2 che F2 non sono. Il resto della gestione, dal pelo all’alimentazione, è ordinario e non giustifica nessun sovrapprezzo: una spazzola con pettine per gatti e le regole valide per quanto vive un gatto sono le stesse di sempre.