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Cura del pelo e salute del British Shorthair

British Shorthair blu seduto fra i rami in giardino

Foto: Prskavka · Public domain · via Wikimedia Commons

Un mantello doppio che non si annoda ma si accumula

La toelettatura del British è semplice e regolare. Il pelo è corto, denso e sostenuto da un sottopelo abbondante: non forma nodi, non richiede bagni, non ha bisogno di forbici. Serve però una passata settimanale, che diventa quasi quotidiana nelle due mute stagionali, quando la quantità di sottopelo che si stacca sorprende chi ha avuto solo gatti comuni. Un pettine con spazzola per cani e gatti toglie in pochi minuti quello che altrimenti finisce su divani e maglioni.

C’è un motivo sanitario oltre a quello domestico. Tutto il pelo morto che la spazzola non raccoglie viene ingerito durante la pulizia e si accumula nello stomaco, ed è per questo che nelle razze a sottopelo folto i boli di pelo sono più frequenti. Spazzolare serve allo stomaco prima che al tappeto: se il gatto rigetta ciuffi più di una volta al mese, la routine va rivista prima di cercare integratori.

La seduta settimanale vale anche come esame. Passare le mani su tutto il corpo permette di trovare noduli, croste, zone dolenti, orecchie sporche e unghie troppo lunghe prima che diventino un problema. In un gatto tozzo e coperto da un mantello spesso, un aumento di volume dell’addome o una massa si notano tardi a vista, mentre si sentono subito al tatto. Un British abituato da cucciolo a farsi maneggiare rende poi molto più semplici visite e controlli.

Cardiomiopatia ipertrofica: l’ecocardiografia non è facoltativa

Il Cornell Feline Health Center include il British Shorthair fra le razze in cui la cardiomiopatia ipertrofica si osserva con maggiore frequenza, insieme a maine coon, ragdoll, sphynx, bengala e persiano. La parete del ventricolo sinistro si ispessisce, la camera si riduce e il cuore si riempie male. Molti gatti non mostrano alcun sintomo per anni, e la prima manifestazione può essere direttamente un edema polmonare o un trombo che paralizza gli arti posteriori.

I segnali da conoscere sono pochi e non vanno mai attribuiti alla pigrizia di razza: respiro rapido a riposo, respiro a bocca aperta, apatia improvvisa, un grido acuto seguito dall’incapacità di usare le zampe posteriori. Un British che si muove poco maschera bene l’intolleranza allo sforzo, perché lo sforzo non lo fa mai. È una delle ragioni per cui l’attività quotidiana, oltre a servire al peso, serve a rendere visibile un problema cardiaco.

L’esame di riferimento è l’ecocardiografia, e va letta escludendo prima ipertensione e ipertiroidismo, che producono un ispessimento simile. Per il British Shorthair non esiste oggi un test genetico validato come quelli disponibili per il maine coon o il ragdoll, quindi lo screening è ecografico e va ripetuto negli anni, non fatto una volta sola. Non esiste una cura risolutiva: la terapia controlla frequenza cardiaca, congestione polmonare e rischio di trombi.

Rene policistico e le altre eredità del persiano

Il rene policistico è la seconda voce da tenere presente, ed è un lascito diretto degli incroci del dopoguerra. Il difetto, autosomico dominante, produce cisti renali che crescono lentamente e portano a insufficienza renale in età adulta. La UC Davis offre il test PKD1 anche per il British Shorthair, mentre nei soggetti già nati il controllo si fa con l’ecografia addominale. Un solo genitore portatore basta a trasmetterlo, quindi il test riguarda tutti i riproduttori.

Accanto al rene, la razza condivide con i gatti dal muso raccorciato una certa tendenza al lacrimare e ai depositi scuri agli angoli degli occhi, da pulire con una garza umida senza aggredire la pelle. Vale la pena tenere d’occhio anche la sete: un aumento stabile della quantità d’acqua bevuta è uno dei primi segni della malattia renale del gatto, e in un gatto poco espressivo è spesso l’unico che si nota per tempo. Misurare quanto beve è più facile con una fontana Catit Pixi da 2,5 litri, che ha una tacca di livello.

Che cosa gli accorcia davvero la vita

Lo studio di Teng e colleghi sulle tavole di sopravvivenza dei gatti britannici, pubblicato nel 2024 sul Journal of Feline Medicine and Surgery, indica un’aspettativa di vita media alla nascita di 11,7 anni, con le femmine avvantaggiate di oltre un anno sui maschi. I due fattori associati a una vita più breve sono l’appartenenza a una razza pura e un peso lontano dall’ideale, in eccesso o in difetto. Il secondo, a differenza del primo, dipende da chi si occupa del gatto.

Per un British questo si traduce in un programma di controlli molto concreto: visita annuale con auscultazione e misurazione della pressione, ecocardiografia programmata insieme al veterinario, esami del sangue e delle urine dopo i sette anni, peso registrato ogni mese su un quaderno o sul telefono. Il grasso in eccesso pesa più della genetica su come invecchia questa razza, ed è il motivo per cui prevenire il gatto grasso conta quanto lo screening cardiaco.

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