Curiosità e aneddoti sul British Shorthair

Foto: Prskavka · Public domain · via Wikimedia Commons
Il gatto del Cheshire e altre paternità incerte
La razza viene spesso indicata come il modello del ghigno del gatto del Cheshire di Alice nel Paese delle Meraviglie, e come l’ispirazione di innumerevoli illustrazioni vittoriane. È una storia gradevole e non dimostrabile: nel 1865, quando Carroll pubblica il libro, il British Shorthair come razza selezionata non esiste ancora, e il modo di dire sul sorriso del gatto del Cheshire circolava in Inghilterra da decenni prima. La somiglianza è reale, la discendenza no: quel muso largo sembra sorridere, ma l’espressività felina passa da altri segnali, come si vede parlando del linguaggio dei gatti.
Più solida è la paternità del disegnatore Harrison Weir, organizzatore dell’esposizione del Crystal Palace e autore dei primi standard scritti, che considerava il comune gatto inglese a pelo corto degno di essere giudicato come un animale di razza e non come un attrezzo da granaio. La razza nasce da quell’idea, cioè dal riconoscimento formale di un gatto che tutti avevano già in casa, e non da un incrocio esotico, da un ritrovamento fortunato o da un progetto genetico di laboratorio.
Perché il blu è diventato «il British»
L’associazione fra questa razza e il colore blu è così forte che in molte lingue il nome comune resta gatto blu inglese, e la pubblicità ha fatto il resto: nelle campagne di alimenti per gatti il British blu con gli occhi rame è comparso per decenni come volto ufficiale della specie, al punto che chi vede un soggetto nero fumo, cannella o tartarugato spesso non lo riconosce affatto come un gatto della stessa razza.
C’è anche una ragione tecnica dietro la preferenza. Il blu è una diluizione del nero, e su un mantello uniforme e privo di disegno la densità e la consistenza croccante richieste dallo standard si valutano molto meglio che su un tabby, dove il disegno distrae l’occhio del giudice. Il blu mostra la qualità del pelo, ed è una delle ragioni per cui giudici e allevatori lo hanno preferito per generazioni, consolidando un’immagine che oggi è difficile da scardinare.
«Il pelo più denso del mondo»: una frase da maneggiare
Nelle descrizioni commerciali il British viene spesso presentato come il gatto con il pelo più fitto in assoluto. Non esiste una misurazione comparativa che lo confermi, e altre razze, dal certosino al russo blu, hanno mantelli altrettanto densi e doppi. Quello che lo standard chiede davvero è un pelo corto e denso, non aderente al corpo, con buon sottopelo e consistenza croccante: una descrizione precisa e verificabile, che non contiene nessun primato mondiale da esibire in annuncio.
Il dato concreto è la quantità che perde. Nei cambi di stagione il sottopelo si stacca a ciuffi e resta impigliato nello strato superficiale, per cui va tolto meccanicamente: un pettine con spazzola per cani e gatti usato ogni due o tre giorni per un paio di settimane fa la differenza fra una casa normale e una casa grigia, mentre per tessuti e tappeti serve uno smacchiatore per animali domestici. È anche il periodo in cui aumentano i rigetti di pelo.
Il gemello a pelo lungo che per anni non è esistito
Dagli incroci con il persiano del dopoguerra è rimasta nella razza una variante recessiva per il pelo lungo, che ogni tanto riaffiora in cucciolate di genitori a pelo corto. Per decenni quei gattini sono stati considerati un errore, venduti come animali di compagnia e non registrati come British. Oggi hanno un nome e uno standard proprio: il British Longhair, riconosciuto dalla FIFe nel 2017, identico al fratello a pelo corto in tutto tranne che nel mantello semilungo e nella gorgiera.
È un buon promemoria del fatto che i confini fra le razze feline sono decisioni amministrative e non fatti di natura: lo stesso patrimonio genetico, a seconda dell’anno e del regolamento, produce un difetto da nascondere oppure una razza a sé. Per chi ci vive cambia soprattutto il tempo di spazzolatura, perché il pelo semilungo si annoda dietro le ascelle e dietro le orecchie; nei due casi cambia anche la quantità di pelo ingerito quando il gatto si lecca.