Gattini e riproduzione del Bombay

Foto: Nickolas Titkov from Moscow, Russian Federation · CC BY-SA 2.0 · via Wikimedia Commons
Che cosa deve mostrarti un allevamento
Il bombay è una razza rara e questo produce due effetti opposti: liste d’attesa lunghe da un lato, e dall’altro annunci che spacciano per bombay qualunque gatto nero a pelo corto. La distinzione si fa con i documenti. Servono il pedigree di un’associazione riconosciuta, il libretto sanitario con vaccinazioni e sverminazioni, e i referti dei due genitori. Un gatto nero senza pedigree non è un bombay, per quanto possa essere un ottimo gatto.
I referti da chiedere sono tre. Il test genetico per la deformità cranica del burmese, il test per l’ipokaliemia familiare e l’ecocardiografia periodica dei riproduttori eseguita da un cardiologo. I primi due si fanno una volta sola sul singolo animale e valgono per tutta la vita, il terzo va ripetuto nel tempo. Un allevamento serio li mostra prima che tu debba chiederli, e sa spiegare che cosa significano invece di limitarsi a mandare una fotografia del foglio.
Come si leggono i referti, in concreto
Le due malattie genetiche si trasmettono in modo diverso, e la differenza cambia le regole di accoppiamento. L’ipokaliemia è autosomica recessiva: il portatore è sano, può essere usato in riproduzione con un partner negativo senza generare malati, e l’unica regola è non accoppiare mai due portatori. In una razza numericamente piccola questo permette di eliminare la variante senza perdere linee di sangue, che è esattamente il motivo per cui il test esiste.
La deformità cranica funziona diversamente, perché la variante ALX1 è codominante: un soggetto con una sola copia vive e mostra il muso corto premiato in esposizione, mentre due portatori accoppiati producono gattini letali in una quota prevedibile della cucciolata. La regola è quindi rigida, un portatore solo con un negativo, e non ammette eccezioni estetiche. Se l’allevatore non sa spiegare la differenza fra un carattere recessivo e uno codominante, il problema non è il gattino che stai guardando.
Parto, prime settimane e gattini che non sono ancora neri
La gestazione dura circa nove settimane e nella maggior parte dei casi il parto non richiede assistenza, ma il veterinario va allertato prima della data prevista e non durante. Nelle prime settimane il lavoro lo fa la madre: all’umano tocca garantire un angolo caldo, tranquillo e riparato dalle correnti, con una cuccia nido morbida e lavabile che si possa lavare spesso, e soprattutto pesare i gattini ogni giorno, perché la curva di peso è il primo indicatore di un problema.
Due cose sorprendono chi vede una cucciolata per la prima volta. Molti gattini mostrano ombre di disegno tabby sul mantello, che scompaiono con la crescita: il nero pieno arriva nei mesi, non alla nascita. E gli occhi partono dall’azzurro grigiastro di tutti i gattini, virano al giallo e raggiungono il rame profondo dello standard solo più avanti, a volte oltre l’anno. Nessuna delle due cose dice niente sulla qualità del soggetto adulto.
I primi giorni nella nuova casa
La finestra sensibile per la socializzazione del gatto si chiude presto, molto prima che nel cane, e un gattino che in quel periodo non ha incontrato persone, rumori domestici e altri animali resta timoroso da adulto anche in una razza socievole come questa. È il motivo per cui i cuccioli vanno cresciuti in casa e non in un locale separato, e i passaggi utili sono elencati in la socializzazione del gattino.
Nei primi giorni conviene limitare lo spazio a una stanza con tutte le risorse e allargarlo per gradi, tenendo la lettiera lontana dalla ciotola e usando all’inizio lo stesso substrato dell’allevamento, come spiegato in la prima lettiera del gattino. Un trasportino morbido per il viaggio basta per il trasferimento dall’allevamento, ma conviene prevedere subito un modello rigido di taglia adulta, che sarà l’oggetto più usato dei prossimi quindici anni. Nei primi giorni si toglie il superfluo e si aggiunge tempo passato per terra vicino a lui.