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Curiosità e aneddoti sul Certosino

Certosino (Chartreux) grigio-blu in primo piano

Foto: Heikki Siltala - catza.net · CC BY 3.0 · via Wikimedia Commons

Il gatto di de Gaulle e la Saha di Colette

Pochi gatti hanno una bibliografia. Il certosino sì: Colette ne acquistò uno negli anni Venti da un’esposizione parigina, lo chiamò Saha e ne fece la protagonista di due suoi libri, costruendo un ritratto letterario che ha fatto più per la fama della razza di qualunque campagna di allevatori. È un gatto descritto come silenzioso, presente e capace di occupare la scena senza fare rumore, che è esattamente il modo in cui questa razza si comporta.

Il secondo nome celebre è quello del generale Charles de Gaulle, che ebbe un certosino chiamato Gris-Gris, registrato con il nome di pedigree Ringo de Balmalon. Un gatto discreto per un uomo pubblico: l’accostamento ha aiutato a consolidare l’idea del certosino come gatto nazionale francese, un’etichetta che oggi si legge ovunque ma che nasce da una manciata di aneddoti come questi, non da un riconoscimento ufficiale. Sul piano pratico resta un gatto d’appartamento come tutti gli altri, con le esigenze descritte in il gatto in appartamento.

Come si distingue da un British Shorthair blu

È la confusione più frequente in assoluto, e ha una radice storica: nel 1970 la FIFe aveva giudicato le due razze con lo stesso standard, tornando indietro solo nel 1977. Le differenze morfologiche però ci sono e sono leggibili. Il cranio del certosino è più stretto e piatto fra le orecchie, con un profilo che si assottiglia verso un muso relativamente sottile e non troppo corto; quello del british è rotondo e massiccio, con un muso largo e corto.

Il resto segue: orecchie di media grandezza e portate alte nel certosino, piccole e distanziate nel british; occhi grandi e aperti ma non perfettamente tondi, con l’angolo esterno leggermente rialzato, contro occhi tondi e ben separati; zampe di lunghezza media contro zampe corte e robuste. Sul corpo, il certosino è solido e muscoloso ma non cobby. Il colore non distingue nulla: entrambe le razze sono blu, ed è per questo che l’equivoco resiste.

Va aggiunto il russo blu, che completa il terzetto ed è il più facile da separare: corpo snello e slanciato, pelo corto e fitto che sta staccato dal corpo, occhi verdi invece che arancioni. Nel dubbio, l’unica risposta definitiva è il pedigree, perché nessuna combinazione di caratteri visibili sostituisce un documento. Un gatto blu senza carte è un bel gatto blu, e va comprato o adottato per quello che è. Le esigenze pratiche non cambiano di una virgola: una cuccia a ciambella da 50 centimetri e una sessione di gioco quotidiana valgono per lui come per un soggetto con pedigree.

Una patata su stuzzicadenti che sorride

Le due immagini che gli allevatori usano per descrivere la razza sono involontariamente buffe e molto precise. La prima è quella della patata sugli stuzzicadenti, che rende bene il contrasto fra un corpo largo e compatto e delle zampe di ossatura fine. La seconda è il sorriso: la testa arrotondata che si restringe verso un muso stretto, con gli angoli della bocca rialzati, produce un’espressione che sembra un sorriso permanente ed è uno dei tratti più citati dello standard.

Il mantello merita l’ultima nota, perché è quello che dà il nome alla razza. È un doppio pelo lanoso e idrorepellente che si apre a onde quando il gatto si muove, e che nelle mute stagionali si stacca in quantità impressionanti. Un set pettine e spazzola e una passata settimanale bastano a tenere sotto controllo la situazione, e riducono anche la quota di pelo che finisce ingerita e poi in boli di pelo.

La lettera dell’anno, ovvero perché si chiamano tutti così

Chi guarda i pedigree francesi nota subito una stranezza: tutti i gattini nati nello stesso anno hanno il nome che comincia con la stessa lettera. Non è una tradizione di allevamento, è una regola del LOOF, il registro genealogico felino francese: il nome ufficiale di un gattino deve iniziare con la lettera dell’alfabeto assegnata al suo anno di nascita, e il ciclo scorre di anno in anno. È il motivo per cui certe cucciolate sembrano un elenco di nomi improbabili.

Le altre regole sono altrettanto rigide: il nome deve essere unico fra tutti i gattini nati nello stesso anno sotto lo stesso affisso, non può superare i quarantuno caratteri insieme all’affisso e non ammette accenti. L’affisso lo aggiunge il registro, non l’allevatore. Sono dettagli burocratici, ma raccontano bene quanto la Francia consideri seriamente la propria razza nazionale, e spiegano nomi di pedigree che a prima vista sembrano scherzi.

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