Gattini e riproduzione del British Longhair

Foto: Fanta3 · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons
Il gruppo sanguigno va conosciuto prima dell’accoppiamento
Nel gruppo british il gruppo sanguigno B è frequente, molto più che nella popolazione comune, e questo crea un rischio preciso in riproduzione. Se una femmina di gruppo B allatta gattini di gruppo A, gli anticorpi anti-A presenti nel colostro distruggono i globuli rossi dei cuccioli: è l’isoeritrolisi neonatale, che può uccidere in poche ore gattini nati sani. Non si vede nulla alla nascita, i segni compaiono nelle prime ore di allattamento.
La prevenzione è semplice e va fatta prima, non dopo. Il gruppo si determina sui riproduttori, come raccomanda International Cat Care: si evitano gli accoppiamenti a rischio, oppure si separano i gattini dalla madre per le prime ventiquattro ore alimentandoli a mano, il tempo in cui l’intestino assorbe gli anticorpi. È una domanda che ha senso fare a qualunque allevamento british, e la risposta deve essere un referto, non una rassicurazione.
Ecocardiografia e test PKD1: i due referti dei genitori
Il secondo documento da chiedere è l’ecocardiografia dei riproduttori, ripetuta nel tempo e firmata da un cardiologo. Nel gruppo british non esiste un test genetico validato per la cardiomiopatia ipertrofica, quindi non ci sono scorciatoie: lo studio danese del 2011 ha trovato la malattia in un maschio su cinque, con diagnosi in età mediana di 2,7 anni, e raccomanda esplicitamente lo screening ecocardiografico nei soggetti usati per la riproduzione.
Il terzo è il test PKD1 per il rene policistico, che invece è genetico e definitivo. La UC Davis include il British Longhair fra le razze appropriate per quel test, che si esegue con un tampone boccale una volta sola nella vita del gatto. La trasmissione è dominante: un riproduttore positivo trasmette a metà dei figli e non dovrebbe essere accoppiato. Un allevamento che testa da due generazioni e mostra i referti senza che tu debba insistere è già una buona notizia.
Cucciolata, crescita lenta e cessione
La gestazione dura circa nove settimane e nella maggioranza dei casi il parto non richiede assistenza, ma il veterinario va allertato prima della data prevista e non durante. Nelle prime settimane il lavoro lo fa la madre: all’uomo tocca garantire un ambiente tranquillo, caldo e riparato e pesare i gattini ogni giorno, perché la curva di crescita quotidiana è il primo indicatore che qualcosa non va. Una cuccia nido morbida e lavabile in un angolo poco frequentato è sufficiente.
Nei gattini a pelo semilungo il mantello definitivo arriva tardi e la gorgiera si sviluppa ben dopo il primo anno, quindi valutare un cucciolo di tre mesi sul pelo non ha senso. Lo svezzamento segue invece i tempi ordinari, descritti in lo svezzamento del gattino, e non va anticipato. L’età minima di cessione risponde a ragioni sanitarie e comportamentali insieme, e un allevamento che propone un gattino troppo presto sta risparmiando su qualcosa.
Le prime settimane a casa
La finestra sensibile per la socializzazione si chiude presto, molto prima che nel cane, e un gattino cresciuto in box separati resta timoroso da adulto. In una razza già riservata di suo, quel deficit non si recupera: i cuccioli vanno cresciuti in casa, fra aspirapolvere, campanello, ospiti e magari un cane, e maneggiati ogni giorno da più persone diverse. I passaggi utili, con i tempi giusti e gli errori più comuni, sono elencati in la socializzazione del gattino.
All’arrivo conviene limitare lo spazio a una stanza con tutte le risorse e allargarlo gradualmente, tenendo la lettiera lontana dalla ciotola e usando all’inizio lo stesso substrato dell’allevamento, come spiegato in la prima lettiera del gattino. Un trasportino morbido basta per il viaggio di trasferimento ma non a lungo, e il pettine va introdotto come gioco fin dalla prima settimana, molto prima che il pelo lo renda necessario.