Curiosità e aneddoti sul Ragamuffin

Foto: Takashi Hososhima from Tokyo, Japan · CC BY-SA 2.0 · via Wikimedia Commons
Un nome nato da un divieto
Poche razze devono il proprio nome a una questione legale. Quando nel 1994 il gruppo di allevatori uscì dalla IRCA si trovò con dei gatti e senza un nome da usare, perché Ragdoll era un marchio registrato da Ann Baker. La proposta accolta fu quella di Curt Gehm: ragamuffin, che in inglese indica un monello sbrindellato, ma che veniva letto in chiave affettuosa come un grosso muffin da abbracciare. Il nome racconta una separazione più che un carattere.
Il risultato è un’ambiguità che dura ancora. In inglese il nome suona scalcinato e stona con un gatto costoso, mentre in italiano non significa niente e viene pronunciato in tre o quattro modi diversi. Nella comunicazione degli allevamenti il nome viene spesso accorciato in muffin, che suona più commerciale ma allontana ulteriormente dalla storia vera, cioè da una scissione fra allevatori avvenuta trent’anni fa in California per ragioni di contratti e di marchi registrati, non per una differenza fra i gatti.
La confusione con il Ragdoll, spiegata una volta per tutte
I due gatti si somigliano perché vengono dalle stesse linee, e la differenza non sta nella taglia né nel carattere ma nel colore. Il Ragdoll deve essere colourpoint con gli occhi azzurri; il Ragamuffin ammette quasi tutti i colori e tutti i disegni, esclude i pointed dalle esposizioni e accetta occhi di qualunque colore, anche impari. Un gatto semilungo, grande e docile non è automaticamente un Ragdoll, e non tutti i Ragamuffin somigliano a un Ragdoll.
La confusione ha conseguenze pratiche sul mercato. Capita di vedere cucciolate presentate con l’uno o l’altro nome a seconda di quale si venda meglio, o soggetti descritti come incroci fra le due razze come se fosse un pregio. L’unica verifica che funziona è il pedigree, con la federazione che lo ha emesso e i nomi dei genitori: senza quello si sta comprando un gatto semilungo generico, spesso al prezzo di un gatto di razza testato.
Perché non lo trovate a un’esposizione FIFe
Chi in Italia cerca il Ragamuffin nei cataloghi delle esposizioni fatica, e non per caso: la FIFe, la federazione più diffusa in Europa continentale, non lo riconosce come razza. Il riconoscimento c’è invece nella CFA, che lo registra dal 2003 e gli concede il campionato dal 2011, nell’ACFA fin dal 1994 e nel GCCF britannico, che ne pubblica uno standard proprio. È un buon promemoria del fatto che i confini fra le razze sono decisioni amministrative.
La conseguenza concreta per chi cerca un cucciolo è che il numero di allevamenti europei è ridotto e che i pedigree arrivano da federazioni diverse, con standard e regole di accoppiamento che non coincidono. Non è un motivo per rinunciare, ma è un motivo per fare più domande del solito: quale federazione, quali test, quante generazioni documentate. Un pedigree emesso da un’associazione sconosciuta e senza registro consultabile non è una garanzia di niente.
Docile non vuol dire indistruttibile
L’eredità peggiore della fama di gatto peluche è l’idea che un animale così mansueto non abbia bisogni propri. Un Ragamuffin caccia, esplora, marca il territorio e affila le unghie come qualunque altro gatto, e chi si aspetta un soprammobile resta sorpreso. Le superfici da grattare vanno messe nei punti di passaggio e non nascoste in un angolo: con un cartone ondulato accanto al divano e una protezione adesiva per i braccioli si risolve quasi tutto, come si vede in perché il gatto graffia il divano.
L’altro equivoco riguarda la sensibilità. Non esiste nessun dato che indichi una soglia del dolore diversa in questa razza, e le linee guida internazionali insistono sul fatto che nel gatto il dolore è sistematicamente sottostimato proprio perché i segni sono discreti. Un soggetto che riduce i movimenti e si blocca viene scambiato per un animale tranquillo. Vale quindi la pena imparare a leggere i segnali minori, a partire da quelli descritti in cosa dice la coda del gatto.