Gattini e riproduzione del Ragamuffin

Foto: Takashi Hososhima from Tokyo, Japan · CC BY-SA 2.0 · via Wikimedia Commons
I due referti da chiedere prima di tutto
In una razza numericamente piccola la qualità dell’allevamento fa una differenza enorme, e si valuta con i documenti, non con le foto. Vanno chiesti il pedigree di una federazione riconosciuta, il libretto sanitario con vaccinazioni e sverminazioni, e soprattutto i referti dei due genitori. I due che contano sono il test genetico per la variante R820W del gene MYBPC3 e il test PKD1 per il rene policistico. Un allevamento serio mostra i referti senza che tu debba insistere.
Entrambi si fanno con un tampone boccale, costano poco e si fanno una volta sola nella vita del gatto. Il primo riguarda la cardiomiopatia ipertrofica: la UC Davis indica esplicitamente il Ragamuffin fra le razze appropriate per quel test, insieme al Ragdoll da cui la razza discende. Il secondo riguarda una malattia renale a trasmissione dominante, per cui la UC Davis elenca il persiano e le razze con ascendenza persiana. Se l’allevatore non sa dirti che cosa significano le sigle sui referti, il problema non è il gattino.
Come si leggono davvero quei referti
Un negativo per la R820W è un buon segno, non una garanzia. Quel test rileva una sola mutazione, e altre cause di cardiomiopatia ipertrofica esistono senza essere ancora identificate: è la ragione per cui l’ecocardiografia dei riproduttori pesa quanto il DNA e va ripetuta nel tempo invece di essere fatta una volta sola, da un cardiologo e non in ambulatorio generico. Un allevatore che parla solo di test genetico sta raccontando metà della storia.
Sul PKD1 il ragionamento è più semplice, perché la trasmissione è dominante: un soggetto positivo trasmette a circa metà dei figli e non dovrebbe essere riprodotto. La forma omozigote è considerata letale in fase embrionale, quindi in pratica i gatti positivi sono tutti eterozigoti. Vale la pena chiedere anche da quanto l’allevamento testa: due generazioni documentate dicono molto di più di un singolo referto emesso dopo che il potenziale acquirente ha fatto la domanda.
Cucciolata, colori che arrivano tardi e prime settimane
La gestazione dura circa nove settimane e il parto, nella maggioranza dei casi, non richiede assistenza; il veterinario va comunque allertato prima della data prevista, non durante. Nelle prime settimane il lavoro lo fa la madre, e l’intervento umano serve a garantire un ambiente tranquillo, caldo e riparato e a pesare i gattini ogni giorno, perché la crescita quotidiana è il primo indicatore che qualcosa non va. Una cuccia nido morbida e lavabile in un angolo poco frequentato basta e avanza.
Una particolarità di questa razza è che il mantello definitivo arriva tardi. Molti gattini cambiano disegno e intensità di colore crescendo, e il pelo si allunga fino a ben dopo il primo anno: giudicare un cucciolo di tre mesi sul colore è un esercizio inutile. Il passaggio al cibo solido segue invece i tempi ordinari, descritti in lo svezzamento del gattino, e non va anticipato per far sembrare la cucciolata più avanti di quanto sia.
Quando arriva a casa
La finestra sensibile per la socializzazione del gatto si chiude presto, molto prima che nel cane. Un gattino che in quel periodo non ha incontrato persone diverse, rumori domestici, aspirapolvere e altri animali resta timoroso da adulto, e nemmeno un carattere di razza tollerante compensa del tutto. È il motivo per cui i cuccioli vanno cresciuti in casa e non in box separati: i passaggi utili, con i tempi, sono elencati in la socializzazione del gattino.
Nei primi giorni conviene limitare lo spazio a una stanza con tutte le risorse e allargarlo gradualmente, tenendo la lettiera lontana dalla ciotola e usando all’inizio lo stesso substrato dell’allevamento, come spiegato in la prima lettiera del gattino. Un trasportino morbido va bene per il viaggio di trasferimento, ma non basterà a lungo: servirà un modello rigido di taglia adulta, e conviene comprarlo subito e lasciarlo aperto in casa.