Origine e storia del Somalo

Foto: Pieter Lanser from The Netherlands · CC BY 2.0 · via Wikimedia Commons
Gattini a pelo lungo in cucciolate di abissini
Il somalo non nasce da un incrocio pensato a tavolino ma da una sorpresa ricorrente: nelle cucciolate di abissino comparivano ogni tanto gattini con il pelo più lungo. La spiegazione più accreditata, raccontata anche dalla Cat Fanciers’ Association, è la presenza di un gene recessivo entrato nelle linee nel dopoguerra, quando i pochi riproduttori rimasti in Europa vennero accoppiati anche con soggetti di ascendenza non documentata. Il gene restava nascosto per generazioni e ricompariva quando due portatori si incontravano, senza che nessuno lo avesse cercato.
Per anni quei gattini furono considerati un imbarazzo. Non erano ammissibili in esposizione come abissini, quindi venivano ceduti come animali da compagnia e tolti dalla riproduzione, e in qualche caso il fatto veniva semplicemente taciuto. Il passaggio dalla vergogna al progetto è avvenuto quando alcuni allevatori hanno smesso di considerarli un errore di linea e hanno cominciato a registrarli, tenendo traccia delle discendenze. È una storia che si ripete in diverse razze, ma qui il risultato è stato particolarmente riuscito.
Il nome, e chi lo ha scelto
L’allevatrice statunitense Evelyn Mague è la figura centrale della fase iniziale: documentò uno dei primi soggetti a pelo lungo, un maschio chiamato George, e diede alla razza il nome di Somalo. La scelta è una dichiarazione di parentela: la Somalia confina con l’Etiopia, il paese che un tempo si chiamava Abissinia e che ha dato il nome alla razza madre. Il somalo è il vicino di casa dell’abissino, non un gatto africano: nessuna delle due razze viene davvero da lì.
Il riconoscimento è arrivato in fretta una volta partito il lavoro di registrazione. La CFA ha iniziato a registrare i somali nel 1976 e li ha ammessi al campionato tre anni dopo; in Europa la FIFe lo riconosce dal 1981, mentre l’abissino era riconosciuto già dal 1949. Chi cerca oggi un cucciolo trova quindi una razza consolidata, con linee documentate e allevamenti che lavorano su entrambe le varietà, spesso mantenendo abissini e somali nella stessa gattaia. Sulla durata della vita valgono i dati generali della specie, riassunti in quanto vive un gatto, non le medie di razza che circolano negli annunci.
Una scheda di razza in comune
La cosa più utile da sapere sul somalo sta nel modo in cui la FIFe pubblica il suo standard: abissino e somalo condividono lo stesso documento, perché sono lo stesso gatto con due lunghezze di pelo. Testa a cuneo di proporzioni medie e larga in alto, orecchie grandi e ben distanziate con ciuffi desiderabili, occhi grandi a mandorla, corpo di taglia media, agile e muscoloso, zampe fini e piedi piccoli e ovali. Cambia il mantello, non il gatto che ci sta sotto.
Le due razze stanno nella quarta categoria FIFe, quella che raccoglie anche siamesi, orientali e russi blu, e non fra i pelo semilungo come farebbe pensare l’aspetto. È un dettaglio da sala giudizio ma dice una cosa vera: il somalo non ha la struttura pesante e il sottopelo abbondante dei gatti nordici, ha il corpo asciutto dell’abissino con addosso un pelo più lungo. Un pettine con spazzola per gatti settimanale gli basta.
Il ticking, cioè il tratto che si vede da lontano
Il carattere distintivo del mantello è il ticking: ogni pelo è diviso in bande chiare e scure, con lo standard che chiede due o tre bande per pelo, preferibilmente con la punta scura. Il risultato è un mantello che sembra brillare e cambiare tono con il movimento, senza righe o macchie sul corpo. È lo stesso disegno tabby degli altri gatti, ma distribuito lungo il singolo pelo invece che sulla superficie: un tigrato che ha perso le righe.
I colori riconosciuti sono quattro, lepre, blu, sorrel e fawn, ciascuno anche nella versione silver, con il colore degli occhi in ambra, verde o giallo, puro e intenso. Il mantello arriva a maturazione lentamente: lo standard indica che il pelo completo non è definitivo prima dei due anni di età, e questo va tenuto presente guardando un cucciolo. Quello che si vede subito, invece, è l’energia: chi se lo porta a casa scopre presto che un albero per gatti da 143 centimetri serve più della spazzola, e che il resto della gestione quotidiana è quello descritto in il gatto in appartamento.