Curiosità e aneddoti sull’Australian Mist

Foto: Regis2007 · CC BY-SA 3.0 · via Wikimedia Commons
La nebbia del nome è un effetto ottico
Mist significa foschia, e il nome descrive una cosa che si vede davvero. Il disegno del mantello, maculato o marmorizzato, non è nitido come in un tabby comune: sopra di esso corre la ticchiettatura ereditata dall’abissino, cioè bande di colore alternate sul singolo pelo, che sfuma i contorni. Gli allevatori descrivono l’effetto come guardare il gatto attraverso una tenda di velo, e l’effetto si vede meglio da lontano che con il naso appoggiato al pelo.
Questa è anche la ragione per cui le foto rendono male la razza. In una immagine ravvicinata e ben illuminata il velo sparisce e restano le macchie, che a quel punto assomigliano a quelle di molti altri gatti maculati. Il carattere distintivo esiste ma è sottile, e chi cerca il contrasto marcato di un bengala o di un egyptian mau resterà deluso: qui l’obiettivo dichiarato non era mai stato il gatto scenografico.
Sette colori e due nomi per gli stessi geni
La politica di allevamento del GCCF riconosce sette colori: brown, blue, chocolate, lilac, gold, peach e caramel. Gold e peach sono i nomi australiani di due colori che nel resto del mondo felino si chiamano diversamente: il gold corrisponde al cinnamon e il peach alla sua forma diluita, il fawn. È un caso raro di doppia nomenclatura ufficiale dentro la stessa razza, e spiega perché confrontando i testi australiani e quelli europei sembri che i colori non coincidano.
C’è poi un dettaglio che sorprende chi compra un cucciolo: il colore definitivo ci mette tempo. Il tono si scurisce e si assesta con la crescita, e la tonalità finale può richiedere fino a due anni. Un gattino non ha ancora il suo colore, e scegliere una cucciolata sulla sfumatura è il modo migliore per restare delusi. Sui pattern invece non c’è incertezza: la razza produce soltanto soggetti maculati o marmorizzati, perché il disegno è fissato geneticamente.
Perché non esiste un Australian Mist nero
La risposta sta in due geni. Tutti gli Australian Mist devono essere agouti, cioè avere il pelo a bande che rende visibile il disegno tabby, e tutti devono portare in doppia copia la restrizione di colore del burmese, il cosiddetto sepia. Quella restrizione limita parzialmente la produzione di pigmento e attenua il contrasto, dando al mantello il tono caldo e leggermente sfocato che la razza ha in ogni colore. Un soggetto nero pieno, o solid, sarebbe fuori standard per definizione.
È un vincolo genetico chiaro e verificabile, non una preferenza estetica, e ha una conseguenza pratica: negli incroci ammessi, che sono burmese, abissino e tabby domestici bruni o blu, gli allevatori devono testare lo stato del gene agouti proprio per non introdurre soggetti non-agouti che porterebbero il carattere nascosto. È un buon esempio di come una politica di razza scritta bene traduca la genetica in regole operative invece che in dichiarazioni di intenti.
Un gatto che non è fatto per uscire
L’ultima particolarità è la più insolita del mondo felino: l’allevamento della fondatrice vende i gattini chiedendo l’impegno a tenerli in casa, con al massimo l’accesso a uno spazio esterno recintato. In Australia la scelta ha anche una motivazione ambientale, perché i gatti liberi sono un problema serio per la fauna locale e la spinta predatoria non si spegne con la ciotola piena, come si vede in perché il gatto porta le prede, ma la ragione primaria è di razza: un gatto selezionato per essere fiducioso con chiunque è anche un gatto che si mette in situazioni pericolose senza esitare.
La conseguenza pratica è che tutta la qualità della vita di questo gatto dipende da come è organizzata la casa. Servono punti alti, percorsi, finestre con una vista, riposo distribuito nelle stanze come si vede ragionando su dove dorme il gatto, e attività quotidiane vere. Un set di bacchette con piume usato ogni sera e una fontanella silenziosa da 2,2 litri valgono più, in questa razza, di qualunque accessorio decorativo.