Curiosità e aneddoti sul Cheetoh

Foto: Chris Rue · CC BY-SA 4.0 · via Wikimedia Commons
Un nome che promette un animale che non c’è
Cheetoh richiama il ghepardo, ma nel gatto non c’è nulla del ghepardo. Il ghepardo appartiene a un genere diverso, non si incrocia con il gatto domestico e non compare in nessuna fase del progetto. La somiglianza si ferma al mantello maculato, che nel gatto è un carattere tabby comunissimo e presente anche nei randagi di qualunque città. Il nome descrive un’aspirazione commerciale, e conoscerlo aiuta a leggere gli annunci con l’occhio giusto, senza pagare una parentela che non esiste.
Vale la pena notare che le tre razze da cui il Cheetoh discende, direttamente o di riflesso, hanno tutte nomi presi in prestito da felini selvatici: l’ocicat dall’ocelot, il bengala dal gatto leopardo asiatico, il Cheetoh dal ghepardo. È una tradizione di marketing vecchia di sessant’anni e non è un difetto in sé, ma ha prodotto una confusione persistente fra somiglianza e parentela che poi si scarica sulle scelte di chi compra.
Rosette, macchie e glitter: il vocabolario del mantello
Le rosette sono macchie con un bordo di colore più scuro e un centro più chiaro, e sono il carattere che il bengala ha portato nell’incrocio: TICA lo definisce l’unica razza domestica che le presenta. Nell’ocicat le macchie sono invece piene, con forma di pollice e disposizione a bersaglio intorno al fianco. In un Cheetoh possono comparire entrambe le soluzioni, anche nella stessa cucciolata, perché non c’è uno standard che imponga una direzione né giudici che la premino.
Il glitter è il riflesso dorato che si vede quando la luce colpisce il pelo di traverso e dipende dalla struttura del fusto, non da un pigmento. Nel bengala è un carattere ereditario apprezzato e nello standard del toyger è addirittura richiesto. Nel Cheetoh compare in modo variabile, e non ha nessuna conseguenza sulla salute o sulla cura del mantello: non si mantiene con i prodotti, si eredita o non si eredita, e nessuno shampoo lo aggiunge a un gatto che non lo ha.
Il mito della taglia doppia
L’argomento di vendita più ripetuto è il peso: si leggono annunci che parlano di maschi da dieci chili e oltre. I conti però non tornano. Gli standard delle razze fondatrici descrivono animali di taglia media, con maschi di ocicat intorno ai cinque chili e bengala che arrivano a sei o sette nei soggetti più grossi. Gli allevatori di ocicat osservano da tempo che l’eventuale sovradimensionamento del primo incrocio è il classico vigore ibrido, che non si trasmette alle generazioni successive.
Il criterio utile per chi convive con un gatto non è comunque il peso assoluto ma la condizione corporea. Le coste devono essere palpabili sotto una copertura sottile, la vita visibile dall’alto, il profilo laterale non convesso. Un gatto di sei chili in forma è un animale sano, uno di sei chili in sovrappeso è un candidato al diabete e all’artrosi. E un calo di peso non cercato in un adulto è sempre un motivo per chiamare il veterinario, mai un effetto della stagione.
Un antenato selvatico, molte generazioni fa
Il gatto leopardo asiatico compare nell’albero genealogico del bengala e quindi, a distanza, in quello del Cheetoh. La distanza però conta. Il Cat Group, il gruppo di organizzazioni britanniche che comprende International Cat Care, considera più a rischio di problemi di benessere gli ibridi che stanno a meno di cinque generazioni dal felide selvatico, e non sostiene la creazione né la detenzione di ibridi come animali da compagnia; per i bengala dalla quinta generazione in poi il quadro cambia, perché si tratta a tutti gli effetti di gatti domestici.
La ricaduta pratica è che un Cheetoh costruito su bengala di linea stabilizzata è un gatto di casa, con le esigenze di riposo descritte in dove dorme il gatto e con le posture che tutti i gatti usano per comunicare, a partire da quello che dice la coda del gatto. Servono le stesse cose degli altri: punti di riposo lavabili, un’amaca da termosifone per l’inverno e una fontanella silenziosa da 2,2 litri se preferisce l’acqua corrente.