Educazione e intelligenza dell’Europeo

Foto: Lance 94 (Sebastian Rosa) · CC BY-SA 3.0 · via Wikimedia Commons
Come impara un gatto
Il gatto impara per conseguenze: ripete quello che funziona e abbandona quello che non porta a niente. Su questo si costruisce tutta l’educazione felina, che consiste nel rendere conveniente il comportamento desiderato invece di punire quello sgradito. La punizione, dal getto d’acqua alla voce alzata, insegna una cosa sola, cioè che quella persona è imprevedibile: il comportamento riprende quando non ci siamo, e in più il gatto diventa diffidente in situazioni che non c’entrano nulla.
Il repertorio cognitivo dell’europeo non differisce da quello delle razze selezionate, perché l’intelligenza felina è una dotazione di specie: memoria degli spazi, apprendimento per prove ed errori, capacità di associare segnali e conseguenze. Quello che cambia da gatto a gatto è la motivazione, cioè quanto quel soggetto tiene al premio che gli offriamo. Il quadro di che cosa sappiamo davvero sulle loro capacità è in quanto è intelligente un gatto.
Il trasportino, la lezione più utile
L’esercizio che ripaga di più è insegnare al gatto a entrare nel trasportino da solo. Si lascia aperto in casa tutto l’anno, con dentro una coperta e ogni tanto un bocconcino, finché diventa un posto in cui dormire e non l’anticamera del veterinario. Un trasportino rigido omologato IATA che si apre dall’alto e si smonta a metà permette di visitare il gatto restando dentro la parte inferiore, e questo abbassa lo stress dell’intera visita.
Il percorso completo, con i tempi e gli errori da evitare, è in il gatto e il trasportino, e vale la pena scegliere il modello pensando alla visita, non all’ingombro in auto. Il momento sbagliato per iniziare è la mattina dell’appuntamento: un gatto che ha imparato in tre settimane entra da solo, uno inseguito per la casa dieci minuti prima arriva in ambulatorio già in allarme e rende difficile qualunque esame.
I comportamenti che chiamiamo problemi
Graffiare il divano, salire sul tavolo e rovesciare gli oggetti non sono dispetti ma funzioni normali messe nel posto sbagliato per noi. Il graffio marca e manutiene le unghie, e si sposta offrendo un’alternativa migliore vicino al bersaglio, non allontanando il gatto: le indicazioni sono in perché il gatto graffia il divano. Nel frattempo una protezione antigraffio per divano limita i danni mentre il nuovo tiragraffi prende piede, che è il modo più veloce per uscire dal braccio di ferro quotidiano.
Rovesciare gli oggetti dal tavolo, invece, è quasi sempre un comportamento che ha ricevuto attenzione: il gatto spinge, qualcosa cade, qualcuno arriva. Si interrompe togliendo l’oggetto interessante dal bordo e non commentando la caduta, che è più facile a dirsi che a farsi con un bicchiere. Ignorare funziona solo se si ignora sempre, perché un rinforzo saltuario è più difficile da estinguere di uno costante, e basta una reazione ogni dieci volte per tenere vivo il comportamento.
Il nome, il richiamo e i limiti
I gatti distinguono il proprio nome dalle altre parole, anche quando a pronunciarlo è una persona estranea, ma distinguere non vuol dire obbedire: la risposta più comune è un movimento delle orecchie o della testa, non l’arrivo. Chi vuole un richiamo affidabile deve costruirlo, associando sempre una parola o un suono a qualcosa che vale la pena, cioè un bocconcino o l’inizio del gioco, e ripetere il segnale sempre nello stesso modo.
Tre sessioni da due minuti al giorno bastano, meglio prima del pasto quando la motivazione è alta e il gatto è disposto a lavorare per pochissimo. Con lo stesso metodo si insegnano cose utili quanto poco spettacolari: salire sulla bilancia, farsi toccare le zampe, entrare in una stanza a comando. Le sessioni lunghe non servono a niente perché il gatto smette di partecipare molto prima di noi, e insistere trasforma un esercizio riuscito in una piccola sconfitta per entrambi.