Cura del pelo e salute dell’Ocicat

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Un mantello che chiede pochissimo
La cura del pelo dell’Ocicat si esaurisce in pochi minuti alla settimana. Il mantello è corto, fitto e aderente, la perdita è contenuta e la CFA indica come sufficiente un passaggio occasionale con una spazzola di gomma o un panno per togliere il pelo morto e dare lucentezza. Il bagno serve solo in preparazione alle esposizioni. Un set pettine e spazzola per gatti usato una volta alla settimana copre tutto il fabbisogno.
Il tempo speso serve soprattutto a controllare la pelle. Su un mantello così corto e ben disegnato le anomalie saltano all’occhio: zone diradate, croste, noduli, parassiti. La spazzolata è un esame settimanale prima ancora che un lavoro estetico. Una perdita di pelo a chiazze o accompagnata da leccamento eccessivo non rientra nel normale ricambio stagionale, e va inquadrata come si fa quando il gatto perde il pelo in qualunque razza.
Atrofia progressiva della retina rdAc: il test c’è
Dall’abissino l’Ocicat ha ereditato la predisposizione alla forma rdAc di atrofia progressiva della retina, e il laboratorio di genetica veterinaria della UC Davis include esplicitamente la razza fra quelle per cui il test è raccomandato. La malattia dipende da una mutazione del gene CEP290 e si trasmette come carattere autosomico recessivo: servono due copie perché il gatto si ammali, mentre il portatore con una sola copia vede normalmente e trasmette la variante a metà dei figli.
L’esordio è tardivo e questo la rende insidiosa. Il gattino nasce con vista normale, la degenerazione dei fotorecettori è rilevabile con l’elettroretinogramma intorno ai sette mesi, e la cecità completa arriva in genere fra i tre e i cinque anni di età. Non esiste terapia. Guardare gli occhi di un cucciolo di due mesi non serve a niente, mentre un tampone boccale sui riproduttori dà una risposta definitiva: due portatori accoppiati producono in media un quarto di gattini destinati a diventare ciechi.
Deficit di piruvato chinasi: l’altro test da chiedere
La seconda predisposizione ereditata dal ramo abissino riguarda i globuli rossi. Il deficit di piruvato chinasi eritrocitaria dipende da una mutazione del gene PKLR, si trasmette come carattere autosomico recessivo e compare negli elenchi delle razze da testare dei laboratori di genetica veterinaria, Ocicat compreso. L’enzima manca, i globuli rossi si distruggono prima del tempo e il gatto sviluppa un’anemia emolitica. Il test si fa una volta sola, su un tampone boccale.
Quello che rende la malattia difficile da riconoscere è l’andamento. L’anemia è intermittente, può comparire a qualunque età e la gravità non si deduce dal genotipo: alcuni soggetti restano quasi asintomatici per anni, altri arrivano a letargia marcata, debolezza, dimagrimento e ittero, a volte dopo un periodo di stress. Un gatto stanco senza motivo merita un emocromo, non un integratore, soprattutto se ha smesso di mangiare come descritto in il gatto che non mangia.
Amiloidosi renale e cuore: qui i test non bastano
L’amiloidosi renale è segnalata nel gruppo di razze che ruota attorno all’abissino e viene citata anche fra i problemi dell’Ocicat. Proteine anomale si depositano nel rene, la funzione si degrada e il gatto arriva a un’insufficienza renale spesso in età giovane o media. Il punto scomodo è che per l’amiloidosi non esiste un test genetico: non è un carattere monogenico semplice, quindi nessun referto può escluderla in un cucciolo. È anche la voce che gli annunci di vendita saltano più volentieri.
L’unico strumento è la trasparenza sulle linee: a che età sono morti i riproduttori delle generazioni precedenti, quanti soggetti hanno avuto problemi renali, che cosa dicono gli esami dei genitori. Nel gatto adulto la funzione renale si monitora con esami del sangue e delle urine periodici, perché i segni clinici arrivano tardi, come spiegato in la malattia renale del gatto. In casa l’unica cosa utile è tenere alto l’apporto idrico con una fontanella da 2,5 litri.
Alla lista va aggiunta la cardiomiopatia ipertrofica, che la CFA cita fra le patologie da tenere d’occhio nella razza ed è comunque la malattia cardiaca più comune del gatto secondo il Cornell Feline Health Center. Per l’Ocicat non esiste una variante genetica identificata, quindi il DNA non serve: contano l’ecocardiografia dei riproduttori fatta da un cardiologo e ripetuta nel tempo, e la consapevolezza che il soffio manca in una quota rilevante dei gatti malati.